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Quel somarello che divise il paese e poi lo pacificò

PITIGLIANO. Quando a Pitigliano arrivi in piazza della Repubblica e guardi verso l’Amiata, ti si staglierà la sagoma di un somarello... pardon, di un villano: è nei pressi di uno degli “affacci” più suggestivi del paese e lo valorizza più di quanto potrebbe fare un David in marmo di Carrara.

La storia di questa statua, un bronzo di Mario Vinci, artista viterbese di Acquapendente – suo il Leonardo Da Vinci dell’aeroporto di Fiumicino – la dice lunga sull’orgoglio identitario – ma anche sull’indole – dei pitiglianesi.

Quando l’opera venne alla luce, una quindicina di anni fa, suscitò un gran polverone. Doveva essere un omaggio al mondo contadino, l’humus nel quale si nutrono le radici della comunità pitiglianese, con la “rappresentazione”, appunto, di un villano; ma siccome il villano era (comprensibilmente nell’estro dell’artista) in compagnia di un somaro, c’è chi cominciò a temere che l’opera potesse passare alla storia come il “monumento all’asino”.

Oggi ormai quella vicenda fa parte degli Annales: l’opera è un tutt’uno con lo scorcio che, anzi – valorizzato da un’opera d’autore – è diventato un luogo di ritrovo tra i più popolari. «Dove ci si vede? », «Al somaro». E nessuno si offende.

La genesi del Monumento al Villano la dice però lunga sul senso di coscienza collettiva di questo borgo-perla toscano: i pitiglianesi tengono alle proprie origini e a come vengono rappresentate: per loro, per le generazioni future e per chi viene da fuori.

In uno straordinario mix, i segni delle origini contadine animano i luoghi della grandiosità dell’epoca medievale, le cui tracce, visibilissime, testimoniano il dominio di importanti famiglie come gli Aldobrandeschi, i Lorena, gli Orsini fino ai Medici.

La storia e l’arte di Pitigliano sono lo scenario fiabesco della rievocazione di antiche celebrazioni popolari: la Torciata

di San Giuseppe, durante la quale un fantoccio fatto di canne chiamato l’Invernacciu, viene bruciato come segno della fine dell’inverno e per dare il benvenuto alla primavera. E anche qui ritorna “il mito” della cultura agreste con il susseguirsi della stagioni. –

 

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