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Ore 5: vacche al macello Franceschelli chiude

L’allevatore di Monte Labro getta la spugna: «Troppe predazioni e nessuna tutela» Le 32 bestie spedite a un mattatoio in Puglia: «La mia terra finisce abbandonata»

MONTE LABRO. All’alba del 7 giugno, a Monte Labro di Arcidosso, l’allevatore Giacomo Franceschelli ha dato l’addio, in lacrime, alle sue 32 vacche che sono partite per andare al macello in un mattatoio della Puglia. Questa la conclusione dell’illustre storia di una famiglia di allevatori da tre generazioni, ormai arrivata a decidere che la situazione che si è creata a causa dei predatori, è diventata insopportabile.

«La questione predazioni è la goccia che ha fatto traboccare il vaso, compromettendo la sopravvivenza delle aziende agricole già messe a dura prova da tante calamità sia naturali che architettate dall’uomo – commenta Franceschelli – e così stamani (ieri) alle 5 il dramma si è consumato. Le mie trentadue bestie, fra vacche e vitelli, sono stati spinti nel camion, stretti gli uni agli altri, per l’ultimo viaggio verso la Puglia. Avrebbero potuto vivere altri 15 anni in questi prati. Ma preferisco così piuttosto che vedere ogni giorno lo strazio degli attacchi dei predatori che se le mangiano vive una a una, facendole soffrire violentemente». C’è infinita amarezza nelle sue parole. «Sono animali di serie B – dice delle sue vacche – perché sono domestici. Quelli di serie A sono i selvatici, lupi, cinghiali e daini, che, come ben si sa, fanno girare fior di milioni attorno a loro senza che noi allevatori abbiamo avuto ricadute se non in negativo».

Franceschelli è durissimo. «Con tutti i progetti in corso e con 17 cani che mi ritrovo – dice – negli ultimi quattro anni mi sono spariti ben 10 bovini e centinaia di pecore. In bilancio anche tre cani morti predati non so se per colpa di lupi o cinghiali. E allora se devo stare qui a farmi prendere per i fondelli da chi non alza un dito per risolvere questa maledetta situazione, chiudo e basta. Saranno tutti contenti, ambientalisti e istituzioni». Chi parla è un uomo distrutto. «Ho 54 anni e qui ci sono nato. Ricordo – dice – che quando ero ragazzo, da questo nostro podere de Le vene, si vedevano i campi seminati e in fiore. Segale, grano, avena. Nei prati pascolavano vacche maremmane allo stato brado e tantissime pecore con gli agnelli. Di lupi, cinghiali e daini nemmeno l’ombra. Oggi vedo rovi e sterpaglie. Non possiamo più seminare perché i cinghiali distruggono tutto. Sono venuti tempo fa funzionari provinciali a vedere i danni, ma poi non è successo nulla e non si sono fatti più vivi. Ora, se mi affaccio alla finestra, vedo daini a grandi gruppi, cinghiali a branchi e lupi che passano indisturbati. Assisto inerme alla perdita di semi e grani antichi, microbiodiversità, fiore all’occhiello del Labro. Quando fu aperta la riserva qualcuno mi disse che ne avremmo avuto dei benefici. Eccoli i risultati. Di 35 aziende che eravamo in questo straordinario monte, ne restano quattro. Sono riusciti a uccidere la mia passione, il lavoro della mia vita. Ho combattuto finché ce l’ho fatta. Oggi prendo pillole per dormire, sennò mi dispero tutta la notte».

Franceschelli si dispera anche perché i suoi 200 ettari di terra, in parte di proprietà e in parte in affitto, andranno all’abbandono: «Se un giorno si vedrà un falò e la torre di David nera di fumo nessuno si meravigli: è la fine

di un mondo il cui degrado è iniziato da 20 anni nel disinteresse totale. Ci si fa belli coi prodotti made in Italy e poi si compra latte in polvere dalla Romania. I miei terreni? Li regalo alla riserva – ironizza – vediamo come li terranno puliti. Provino a metterci qualche pecora».

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