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Una vita al buio tra mille inciviltà

L’appello di Ivo, non vedente: «Le istituzioni intervengano, consultando chi è portatore di handicap»

GROSSETO. Si chiama retinite pigmentosa ed è una malattia degenerativa della retina che porta alla cecità. Ne fu colpito già alla nascita Ivo Massai, 73 anni, piombinese d’origine e da tempo radicato in Maremma dov’è sposato e vive con la moglie Ivonne, da cui ha avuto due figli.

Ivo è presidente provinciale dell’Unione italiana ciechi e ipovedenti, e non ci vede da entrambi gli occhi. Fu colpito dalla malattia appena nato («vedevo male alle estremità»), poi il buio è pian piano cresciuto conquistando le zone centrali dell’occhio e diventando definitivo. Una vita a ostacoli fin da bambino, quando Massai viveva a Piombino e Campiglia con la famiglia: all’epoca c’erano più problemi, pregiudizi e paure nell’affrontare e confessare una disabilità. La si viveva con senso di pudore per paura di essere scansati. «Non potevo correre come tutti i miei amici, ma non riuscivo a raccontar loro il motivo. Così quando iniziava il crepuscolo mi inventavo qualche scusa per andare a casa».

Da grande Massai ha lavorato alle acciaierie di Piombino. Oggi che è in pensione presiede l’associazione e parla della sua cecità con la maturità di chi conosce ogni dettaglio e barriera. Riconosce persino che la cecità totale è «meno problematica rispetto all’epoca in cui qualcosa vedevo: prima vivevo una condizione a metà, i marciapiedi diventavano via via sempre più corti e la luce sempre meno luminosa. Ora che sono al buio, mi sono assoggettato per sempre. Non vedo più niente ma vivo meglio. Ho capito che bisogna apprezzare le cose che si possono fare e non quelle che non si possono fare. Stasera per esempio vado a ballare con mia moglie. .».

Eppure gli ostacoli in città sono tantissimi, per Ivo. Scalini nei negozi e negli uffici, auto che ostruiscono marciapiedi e occupano stalli per disabili; piccole autonomie negate, rami non potati nelle strade dove chi non vede sbatte la testa, attraversamenti pedonali dove il bastone si incastra. Ogni disabilità ha le sue sofferenze specifiche. Chi è cieco, per esempio, avrebbe bisogno di strumentazioni con “sintesi” vocali, che non sono fitte. «Ci sono pullman di Tiemme che, dopo tante pressioni da parte nostra, hanno installato le sintesi vocali. Ma non è così in tutti i bus, per esempio nelle linee extraurbane».

Il problema più grosso sono le barriere culturali – secondo Ivo – «e la gente, le amministrazioni non se ne rendono conto. Lo slogan coniato da Lorella Ronconi “Solo un minuto” per indicare chi ostruisce gli stalli per disabili giustificandosi con il breve tempo della sosta, per esempio, è verissimo. Sotto le Mura, prima di via Ximenes, le strisce portano addosso a un albero. Ci sono cose assurde che basterebbe poco per eliminare. I problemi maggiori sono quelli dell’inciviltà: i posteggi caotici creano barriere. Le auto parcheggiate sulle strisce, le bici attaccate ai pali stradali e che col vento cadono in terra e mi fanno inciampare. I rami sui marciapiedi. In via Roma e Einaudi il Comune ha messo pedane tattili che indicano dove sono gli attraversamenti. In viale della Repubblica sono state fatte strisce
rialzate fatte a mattoncini di plastica: tra una mattonella e l’altra ci sono spazi dove si incastra il bastone. L’intento di eliminare le barriere, da parte delle istituzioni, è giusto: magari sarebbe utile mettere la città a misura di disabile consultando le associazioni».



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