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L'INTERVISTA

La luna e le vertigini del cosmo

Il professor Massimo Capaccioli, amiatino, ha ricevuto la 3ª laurea honoris causa: giovedì 20 luglio è alla Cava di Roselle

ROSELLE. Per i meriti scientifici si è appena guadagnato la terza laurea honoris causa. Massimo Capaccioli, astrofisico originario di Montenero sull’Amiata, 73 anni, uno dei principali esploratori del cosmo al mondo, tornerà in Maremma giovedì 20 luglio – alla Cava di Roselle per i 140 anni del quotidiano Il Tirreno – e ci parlerà della luna, delle sue suggestioni e delle novità in campo scientifico.

Artefice di uno dei più potenti telescopi a grande campo – il Vst sul monte Paranal, in Cile – Capaccioli ha guidato ha guidato a lungo l’Osservatorio astronomico di Capodimonte ed autore di oltre 500 pubblicazioni scientifiche.

Professore, lei è giunto alla terza laurea ad honorem, traguardo che pochi hanno raggiunto.

«Ho ricevuto comunicazione che il consiglio dei professori dell’università di Charkiv in Ucraina, una delle prime 10 dell’est europeo dove insegnò uno dei più grandi fisici del’900, Lev Landau, mi ha assegnato questa laurea. Landau cominciò qui quella carriera di professore e scienziato che lo avrebbe portato ad essere uno dei più grandi fisici e didatti in assoluto. Sono onorato di aver ricevuto questo riconoscimento che ritirerò tra novembre e gennaio: onore raddoppiato perché, insieme a me, hanno conferito una laurea honoris causa a un premio Nobel americano, Vernon Smith».

È la terza volta, ma in realtà è la quarta.

«In pratica sì: la prima fu a Mosca nel 2010, la seconda a Dubna – altra città russa – l’anno scorso, la terza ora. E poi ho ricevuto la medaglia Struve dell’Accademia delle scienze russa. Otto Ljudvigovič Struve è stato il più grande astronomo dell’800 nell’est europeo, fondatore dell’osservatorio di Pulkovo. Un istituto glorioso anche perché nel’41, durante la grande avanzata, i tedeschi vennero fermati proprio qui, a ridosso delle cupole dell’osservatorio».



A cosa deve questi riconoscimenti?

«Me lo domando spesso anch’io. Comunque, a Mosca per la mia carriera scientifica, a Dubna e Charkiv perché ho collaborato a stabilire un link tra l’astrofisica italiana e quella russa e ucraina: mi sono impegnato per far interagire studenti, dottorandi di ricerca, studiosi e progetti. Credo molto in questi paesi e da anni collaboro con bravissimi scienziati. Un ruolo l’ha giocato il telescopio Vst, il cui specchio è stato realizzato in Russia in una stagione della storia in cui la Russia non aveva neanche gli occhi per piangere (il Vst è un telescopio a grande campo promosso da Capaccioli e installato all’Osservatorio del Paranal dell’Eso, ndr). L’azienda che ha costruito lo specchio si chiama Lzos, ha 15mila operai e un’ enorme sede vicino Mosca: era stata una grandissima industria di stato poi andata in miseria dopo il crollo del muro di Berlino. Per una serie di circostanze rocambolesche entrai in contatto con loro accettando l’offerta che fabbricassero lo specchio del telescopio Vst. Fu un salto nel buio, imposto da necessità economiche, ma alla fine si è rivelata una delle scelte più fortunate mai fatte nella vita. I tecnici di Lzos hanno svolto un lavoro incredibile e per ben due volte, dato che la prima fornitura era andata perduta in un drammatico incidente di trasporto. Lo specchio del valore di 3 miliardi andò in briciole nel ventre della nave che lo trasferiva in Cile. Una tragedia. L’azienda ne ha prodotto un altro con la medesima altissima qualità, senza speculare sulla nostra disgrazia. Grazie alla pubblicità che le abbiamo fatto per il loro straordinario lavoro, la Lzos ha avuto un ottimo rilancio e adesso è nota nel mercato occidentale».

I suoi studi si stanno concentrando molto in Russia e Ucraina. Perché?

«L’Ucraina è un paese in ginocchio da un punto di vista economico: i ricercatori hanno un livello di preparazione e cultura altissimo, ma anche un disperato bisogno di aiuto da parte nostra, perché il paese è in crisi e non investe in scienza. Sono come grandi corridori con ottime gambe e tanta voglia di correre, cui è concesso lo spazio di una stanzetta per esprimersi. Con l’università di Charkiv ho stabilito subito collaborazioni proficue ed è stata una specie di valanga: da un filino è nato un turbine di collaborazioni. È stato come aver scoperto in un sottoscala una cassapanca piena di tesori. Ho capito che nel momento di massima crisi i nostri bravi colleghi avevano bisogno di supporto e mi sono fatto in quattro. Improvvisamente mi sono trovato questo riconoscimento che non mi aspettavo e che mi ha fatto grande piacere. Da parte loro è stato un restituire quella fiducia che avevo loro accordato in maniera spontanea. Io ormai sono in pensione; la mia carriera nel bene o nel male è finita. Quello che posso fare è mettere a disposizione le mie competenze per recuperare il bello che c’è ovunque. Il bello scientifico, non importa se a est o ovest, se a sud o a nord».

Aprire le barriere è sempre stato un suo input.

«Quando ero presidente della società astronomica italiana, promossi la creazione di un giornale che usciva ogni 3 mesi. Era bellissimo, in lingua araba: illustravamo in arabo i progressi astronomici e distribuivamo le copie del giornale gratis in tutti in paesi in lingua araba. Una volta mi è tornato indietro un pacco dall’Iraq con su scritto “embargo”, a riprova che la madre degli stolti è sempre incinta».

Di cosa parlerà a Roselle?

«Farò un intrattenimento semiscientifico sul tema della luna. La luna è un corpo celeste insignificante nel contesto del cosmo. Il suo valore è praticamente nullo. Ma per gli umani è invece un oggetto fondamentale, secondo solo alla terra dove appoggiamo i piedi e al sole che ci dà l’energia. La luna è importante per le sue interazioni con noi, sia fisiche che metafisiche, psicologiche e culturali. La conversazione proverà a riproporre l’astro da queste angolazioni. Pensi che noi umani forse esistiamo grazie alla luna, perché è la luna che ha creato maree e le lagune. E dalle lagune i pesci sono migrati su terraferma. Insomma, la luna ci è madre; ci è compagna nei momenti di grande felicità e infelicità, è stata ispiratrice di musicisti, poeti, e di pittori, ed è un corpo celeste che genera sulla terra fenomeni di importanza fondamentale come l’eclissi e le maree, per dirne due, sulla cui portata non si riflette mai abbastanza. Dal Chiaro di luna di Beethoven al Cantico di un pastore errante nell’Asia di Leopardi, ce n’è abbastanza per una chiacchierata».

Quali le novità nella ricerca?

«Tante. Ma le più belle sono quelle non ancora arrivate. Ce le porteranno i nuovi strumenti in costruzione. Per esempio il telescopio E-Elt: European extremely large telescope, un gigante che l’Italia concorre a costruire nell’ambito dell’organizzazione europea Eso, la stessa che ospita il telescopio Vst in Cile. Ecco: l’Eso ha iniziato a costruire un telescopio che sarà finito nel 2024 e avrà uno specchio fatto da 890 segmenti, messi insieme da un sistema di laser di una complicazione inaudita. Uno strumento di una dimensione e dal costo enormi che si dovrà muovere con la delicatezza di una libellula. Ci sono voluti 15 anni per partire. Ora i soldi sono raggranellati. Il costo sarà di un miliardo e mezzo di euro. E-Elt potrà ricostruire immagini puntiformi guadagnando risoluzione e in profondità; studierà la meteorologia dei pianeti extrasolari e la cosmologia dei primi istanti. Molte cose in cui crediamo dovranno essere riconsiderate, spunteranno fenomeni di cui non abbiamo idea. Non so cosa scopriremo, ma credo che i manuali di astronomia dovranno essere riscritti. Una cosa importante: l’Italia ha avuto, a dimostrazione della nostra bravura tecnologica oltreché scientifica, una commessa per 400 milioni di euro per realizzare telescopio e cupola. Sono pezzi d’alta tecnologia affidati agli italiani perché sono i migliori al mondo».

Come ha contribuito qui?

«Ho contribuito nell’ambito del Cda dell’Istituto nazionale di astrofisica che sotto la guida di Nanni Bignami, ahimé da poco scomparso, si è preso la responsabilità di rimettere l’Italia all’interno di questo progetto per evitare che fosse tagliata fuori da una delle più grandi imprese scientifiche e tecnologiche dell’era moderna. Posso dire senza tema di esser smentito che da qui in poi si aprirà un periodo bellissimo per le scienze del cielo. È un peccato non essere più giovani perché ci sarà da divertirsi. Sono orgoglioso di aver fatto parte della squadra che con coraggio ha rimesso l’Italia in carreggiata. Adesso largo ai giovani cui auguro un governo così intelligente da capire che finanziare la scienza significa investire nel futuro della nazione e dell’umanità».


 

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