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Ustica, i resti di Dettori tornano a casa 

Dopo le analisi su quel che rimane della salma del maresciallo, la commozione dei familiari al cimitero di Sterpeto

GROSSETO. È stato come rivivere un dolore che ancora oggi è come una spada ficcata alla base della nuca. È stato vedere di nuovo quel loculo aperto, prima e chiuso poi con la stessa lapide che da oltre trent’anni è lì, al suo posto, nel cimitero di Sterpeto.
Sono passati due giorni da quando i resti del maresciallo Mario Alberto Dettori sono tornati a Grosseto, al loro posto, dall’istituto di medicina legale di Siena dove erano stati portati per permettere a Mario Gabbrielli, direttore del dipartmento, di analizzarli per capire se davvero ci fosse un’altra verità dietro alla morte del maresciallo che la notte della strage di Ustica si trovava al radar di Poggio Ballone.
«È stato come rivivere quello che già trent’anni fa avevamo dovuto sopportare - dice la figlia dell’aviere, Barbara Dettori - Abbiamo voluto salutare papà un’altra volta, sperando che quelle analisi che sono state ordinate dalla Procura diano delle risposte che aspettiamo da più di trent’anni».
È stata la Procura di Grosseto ad aprire un fascicolo sulla morte di Dettori, che fu trovato impiccato il 30 marzo 1987 sulla strada delle Sante Mariae. Dettori la notte della strage dell’Itavia era in servizio alla base di Poggio Ballone. Gli occhi fissi sui tracciati radar, quella notte probabilmente vide qualcosa che gli fece dire alla moglie e alla sorella, la mattina successiva alla strage di Ustica, che nel cielo sopra Grosseto «era stata sfiorata la terza guerra mondiale». Parole che erano rimaste sospese in aria, nonostante poi le avesse ripetute anche a Mario Ciancarella, all’epoca della strage capitano pilota dell’aeronautica militare. Ciancarella è stato radiato, con un decreto firmato dal presidente della Repubblica Sandro Pertini e dal ministro della Difesa Giovanni Spadolini. «Salvo poi scoprire - aggiunge Barbara Dettori - che entrambe le firme erano false».
Barbara non ha mai creduto che suo padre si fosse ucciso. Fu trovato impiccato.
Ora le risposte che Barbara aspetta fin da quando aveva solo 16 anni potrebbero arrivare. Il procuratore capo Raffaella Capasso e il sostituto Maria Navarro stanno coordinando le indagini dei carabinieri del nucleo investigativo. E i risultati delle analisi medico legali potranno aggiungere altri tasselli a un puzzle di difficile composizione. ««Mio padre non si sarebbe mai ucciso - dice oggi la figlia Barbara - e
noi lo abbiamo detto in tutti i modi possibili. Amava la vita, amava la sua famiglia. Eravamo la luce dei suoi occhi». È sulla base di questo che Barbara ha presentato l’esposto alla Procura, insieme all’associazione antimafia Rita Atria. E ora, le risposte tanto attese, potrebbero arrivare.

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