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Strage di Ustica, all'obitorio per Dettori: «Qui saltiamo in aria tutti»

Le parole di un collega davanti alla salma del maresciallo trovato impiccato. Il suo nome sparito dalla lista

GROSSETO. «Mi sono rotto il cazzo di combattere contro i mulini a vento e l’ho scritto su un giornale mentre stavo in Francia». Sono le parole di Mario Alberto Dettori, il maresciallo dell’aeronautica che era in servizio al radar di Poggio Ballone la notte della tragedia di Ustica. Parole che sono state riportate nei verbali di interrogatorio dal cognato del militare trovato ucciso sulla strada delle Sante Mariae, a cinque chilometri da Istia d’Ombrone.

La Procura di Grosseto ha ordinato l’esumazione dei resti del maresciallo: nel 1987, quando il suo corpo fu trovato impiccato a un albero, non venne fatta l’autopsia. E ora il medico legale Mario Gabbrielli sta analizzando i resti, così come richiesto nell’esposto presentato ai magistrati di via Monterosa dalla figlia Barbara e dall’associazione antimafia Rita Atria.

Le risposte, almeno quelle medico-legali arriveranno. Risposte che la famiglia chiede da quando ha dovuto accompagnare Dettori per l’ultimo viaggio, al cimitero di Sterpeto. Era il primo aprile 1987 quando la moglie di Dettori, Carla Pacifici si è trovata a rispondere alle domande dei carabinieri di Grosseto.

In città allora c’era la stazione che dipendeva dalla legione di Livorno. Altri tempi e altre storie. Nel verbale che il maresciallo maggiore dei carabinieri Giuseppe Rapisarda, inviato poi alla Procura, la morte del radarista è stata catalogata come suicidio: Dettori era uscito da casa alle 8,15 del mattino per accompagnare suo figlio a scuola. Poi sarebbe dovuto andare a Poggio la Mozza a prendere l’acqua, ma nel pomeriggio non era ancora tornato a casa. La moglie aveva chiesto ad alcuni colleghi del marito di andarlo a cercare e uno di questi aveva visto il Ford Transit dell’aviere parcheggiato ai Sassi Bianchi, con le chiavi infilate nel cruscotto. Il collega di Mario era sceso dall’auto: con lui c’era anche la moglie del maresciallo, Carla, che era rimasta indietro. È stato lui ad andare verso l’argine dell'Ombrone, trovando Dettori «penzolante ad un albero di arborella», si legge nel rapporto. Sul fatto che Dettori si sia ucciso, però, i dubbi non sono pochi.

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La moglie Carla e la figlia Barbara lo hanno detto più volte: «Amava la vita e i suoi figli, non lo avrebbe mai fatto». Dettori non stava bene: era appena rientrato dalla Francia dove aveva partecipato a una missione. Gli era stata diagnosticata una depressione. La sera prima di tornare a Grosseto il maresciallo aveva chiamato la moglie e le aveva chiesto se gli volesse bene, poi aveva cominciato a vaneggiare: «Sul muro c’è scritto che il silenzio è ora e uccide», aveva detto. Il giorno dopo Dettori è tornato a Grosseto ma di quella notte di sette anni prima, quando il Dc9 dell’Itavia è precipitato nel blu del mare di Ustica, non ha più parlato.

Lo fece la mattina seguente, nel bagno di casa, appoggiato al lavandino e ancora con la divisa addosso. Era strano e Carla gli aveva chiesto se avesse discusso con i colleghi. «Magari fosse successo che avevamo litigato tra noi - disse - Questi ci fanno trovare nei casini senza sapere né come né perché». Sua moglie era convinta che in Francia a Dettori fosse stato fatto il lavaggio del cervello. Sulla strage di Ustica Dettori non aveva mai detto nulla di preciso in casa. Alla moglie si era limitato a dire frasi come: «No, niente. È successo un casino, qui vanno tutti in galera» e che «di mezzo c’era Gheddafi» senza specificare altro. Ma anche all’obitorio, sette anni dopo, uno dei colleghi del maresciallo si era lasciato scappare una frase che era stata sentita dal cognato: «Fatevi li cazzi vostri - aveva detto ai militari di Poggio Ballone che erano a Sterpeto - perché sennò qui saltiamo per aria tutti». Poi era calato il silenzio in quella stanza dove i militari stavano aspettando la sciabola e le scarpe per finire di vestire Mario Dettori. Un silenzio durato trent’anni, tra reticenze, depistaggi e documenti spariti. Come il nome dell’aviere che non era stato riportato nemmeno nel rapporto di servizio di quella notte. Dettori era a Poggio Ballone. Ma nel documento consegnato al giudice il suo nome non c’era.

Quando è stato chiesto conto al militare che aveva redatto il verbale il perché di quella dimenticanza, l’uomo si era giustificato dicendo che quel nome gli era sfuggito perché Dettori era morto. O perché erano passati troppi anni da quella notte. Più di dieci, certamente. Ma tutt’oggi, dopo quasi quarant’anni, risposte ancora non ce ne sono.

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