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La campana del borgo ricomincerà a suonare

Viaggio tra le macerie della zona rossa di Amatrice mentre i vigili del fuoco mettono al sicuro quello che diventerà il secondo simbolo della rinascita

AMATRICE. Per arrivare ad Amatrice c’è una strada che alterna curve a brevi rettilinei: attraversa la campagna e a tratti e per quel che vedi – i cavalli, ad esempio – sembra di essere in Maremma; in alcuni punti ti ricorda persino il percorso che fai da Grosseto per Scansano. Quando manca una quindicina di chilometri, la periferia del paese già si staglia: laggiù. Cominci ad aguzzare lo sguardo: la mente e il cuore sono preparati ad accogliere immagini di distruzione. E invece no. Sbagliato. Intravedi palazzotti e condomìni e sono tutti “su”. Tiri un sospiro di sollievo e pensi: ma allora non è vero, come hanno detto tv e giornali, che Amatrice è stata rasa al suolo. Amatrice c’è ancora, eccola là con le sue case. Solo dopo, arrivando nel cuore del borgo delle cento chiese, scoprirai quanto ti sei sbagliata: tanto da sentirti stupida.

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È mercoledì 15 febbraio. Partiamo alle 7 da Grosseto. Passiamo Capalbio, Tuscania, Viterbo, Orte, ci strega il Terminillo innevato, le Terme di Cotilia: ormai manca qualche decina di chilometri. Appare il cartello “Amatrice”, nuovo fiammante; accanto ce n’è un altro, identico a quello che vedi a Montemerano: c’è scritto “Uno dei borghi più belli d’Italia”. Due agenti della polizia municipale di Roma Capitale ci indicano la direzione. Parcheggiamo l’auto e scendiamo. Abbiamo un obiettivo: portare al sindaco Sergio Pirozzi un assegno di 10.000 euro frutto della generosità dei maremmani che da questa estate hanno acquistato nei supermercati Conad la maglietta disegnata dall’artista Dominga Tammone, su cui le Mura Medicee di Grosseto abbracciano un piatto di spaghetti all’amatriciana.

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Al bar Rinascimento, quello “famoso” perché aprì a due mesi dal sisma del 24 agosto, si servono caffè. Fuori, dove ti giri, vedi uomini dell’esercito in tuta mimetica, polizia di stato, carabinieri. Prendiamo la strada che scende sulla destra del bar. E scopriamo che c’è la zona rossa.

Alt. Non si passa se non accompagnati dai vigili del fuoco. Quello che lo sguardo si aspettava prima – mentre eri in auto – arriva adesso. E ora, chissà perché, non sei più pronto: ci sono le case spostate, traslate, squarciate. Ci sono le macerie.

Con i caschetti di sicurezza in testa varchiamo la zona rossa. Per terra c’è una boccetta di profumo. Petali di rosa: porta alla mente il comò nella camera da letto della nonna; chissà da quale casa è rotolata via, chissà a chi apparteneva, chissà se “lei”si è salvata.

Siamo davanti a quel che rimane della chiesa di Sant’Agostino, romanico gotica: aveva strenuamente resistito ma la scossa del 18 gennaio le ha buttato a terra il suo campanile. Ora abbiamo di fronte un sentiero dritto come un fuso e lunghissimo: si apre tra due ali di macerie. Porte, infissi, catenarie, pezzi di cemento, scaglie di laterizi: è una muraglia che ti corre a destra e a sinistra e tu ci stai nel mezzo. È tutto fermo. Compatto. Stabile. Quel sentiero era, è, corso Umberto, il corso cittadino. Chiediamo ai vigili del fuoco che cosa pensino quando il governo assicura: «Ricostruiremo tutto». Con il dito ci disegnano un punto interrogativo a mezz’aria. «Forse ci vorranno trent’anni».

Si sente un odore di calcestruzzo bagnato. Dalla muraglia di macerie svetta la torre civica, unica “superstite”, qui, con il campanile della chiesa di Sant’Emidio, da cui una squadra di vigili del fuoco sta prelevando (nella foto) – con una rischiosa operazione – la campana. Dopo la torre civica, quella campana sarà il secondo simbolo di Amatrice. Amatrice che vuole risorgere perché i simboli non si mettono in salvo, non si conservano, per gusto estetico.

Siamo con Massimo Bellachioma, vigile del fuoco di Viterbo, capo squadra. È la quarta volta che torna ad Amatrice dopo il 24 agosto: le squadre qui si fermano una settimana e poi c’è il cambio, ma il ciclo è continuo. Ci porta in un luogo che rimane un po’ nascosto dal sentiero dritto a fuso. «Ecco questo è l’hotel Roma», dice: l’hotel dove a fine agosto i turisti erano in procinto di godersi la sagra degli spaghetti all’amatriciana. Tra i cumuli spuntano materassi e riusciamo ad immaginare dove potesse essere la sala da pranzo; dalle finestre si doveva vedere un panorama mozzafiato: i monti innevati, come adesso, d’inverno, la valle verde d’estate.

C’è nel clima un senso umano di impotenza che stride con il dispiego di uomini e mezzi e le tute mimetiche scattanti. Qui però c’è chi vuole che quella campana torni a suonare.

Non c’è molto tempo per pensare. Si deve ripartire. Torni a casa ma, dopo essere stato ad Amatrice, non sei più quello di prima.

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