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Un video scatena la bufera

L’idrovora sputa sabbia in mare: "Inquina", ma le autorità negano

MARINA DI GROSSETO. «Residui di grasso, residui di benzine. Questo è il nostro mare, Bandiera blu… Questa è una vergogna, questo è da denuncia. Questo video qui farà il giro e vi sputtaneremo. Questo è danno ambientale. Questa gente qui è da rinchiudere». La “denuncia” arriva in un video casalingo di Lorenzo Mancineschi e Davide Rossi, autobattezzatesi le “iene maremmane” e che proprio alla trasmissione Mediaset aspirano ad assomigliare a suon di scoop e video denunce.

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Nel mirino di Mancineschi e Rossi sono finite le due idrovore del porto di Marina di Grosseto che, da anni, risucchiano la sabbia che si accumula alla foce del porto e nelle sue prossimità, in particolare sul lato sud del canale San Rocco (il lato verso Principina a Mare), per riversarla sul lato nord (quello verso Castiglione della Pescaia).

Idrovora nel mirino. In particolare una delle due idrovore ha mosso la mano di Mancineschi e Rossi, quella che risucchia la sabbia dall’avamporto. La poltiglia che esce da questa idrovora – posta a nord rispetto all’altra, che “pesca” la sabbia in mare, davanti al bagno Bertini – è scura e maleodorante e questo ha destato i sospetti di un abitante del posto che ha chiamato le due “iene”. Le quali hanno fatto delle riprese, subito postate su Facebook, parlando di “petrolio” e di situazione “da denuncia”. Insomma: paventando un inquinamento a Marina. Sull’onda dell’indignazione, il video è diventato virale facendo scoppiare il “caso”.

I tecnici dell'Arpat prelevano...
I tecnici dell'Arpat prelevano campioni di sabbia da sotto una delle idrovore. L'operazione è stata ripetuta per entrambe le idrovore (foto Agenzia Bf)

Niente documentazione. Ma stanno davvero così le cose? Uno «sversamento di petrolio»? In realtà le “iene maremmane” non producono alcuna documentazione ufficiale relativa alla natura della sostanza che esce dall’idrovora. In un secondo video riportano una conversazione con un non precisato addetto della guardia costiera che spiega che i controlli spettano all’Arpat.

Un dettaglio della sabbia prelevata...
Un dettaglio della sabbia prelevata sotto una delle due idrovore (foto Agenzia Bf)

Guardia costiera: «In regola». La guardia costiera, che ha i suoi uffici proprio davanti a dove l’idrovora sta gettando fuori il materiale, al Tirreno conferma che si tratta di un movimento della sabbia «legale, conclamato, che avviene ogni anno da anni ed è un obbligo che ricade in capo alla concessione del porto».

Un’operazione obbligtoria. L’obbligo sta nel fatto che, con la costruzione del porto, la sabbia si accumula sul lato sud e va portata sul lato nord in modo da garantire la linea di costa. Quel che succede se non si interviene, infatti, è l’allungamento della spiaggia sul lato sud e l’erosione sul lato nord.

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«Lo facciamo da 13 anni». Amarezza e rabbia le esprime Luciano Serra, presidente della Marina di San Rocco, la società proprietaria dell’approdo grossetano. «Siamo obbligati a fare questi lavori da un accordo di programma – spiega –. Se non li facessimo, la sabbia si accumulerebbe sugli scogli e finirebbe per ostruire il canale. Per questo la sabbia viene prelevata sul lato sud, incanalata in un tubo sottomarino che passa sotto l’avamporto e poi rilasciata sull'altro lato. Sono 13 anni che li facciamo: ogni anno subiamo la denuncia di una persona, le autorità preposte fanno le analisi e i risultati dicono che è tutto nella normalità dell’evento. In più facciamo anche analisi motu proprio e anche queste confermano che è tutto a posto. Se non fosse così non potremmo operare. E, si badi bene, i lavori li facciamo da ottobre a fine maggio, tutti gli anni…».

Luciano Serra, presidente della...
Luciano Serra, presidente della Marina di San Rocco (foto Agenzia Bf)

Querele e scenari di sabotaggi. Serra si dice «rammaricato» e annuncia che la Marina di San Rocco agirà giudizialmente nei confronti delle “iene maremmane”. Più tardi, ai microfoni della Rai, si pone una domanda: «Ma se stanotte qualcuno avesse buttato 500 litri di gasolio fuori dall’area portuale e noi si fossero dragati inconsapevolmente 500 litri di gasolio? Di chi era la colpa? Di qualcuno che voleva fare un attentato a questa società?. Negli anni passati, su precedenti segnalazioni, anche il Noe ha fatto fare ad Arpat dei prelievi dalle cui analisi non erano state rilevate anomalie».

Arpat rassicura. Da Arpat, i cui uffici ieri e oggi sono chiusi, spiegano che i risultati delle analisi fatte in passato su questo materiale saranno divulgati martedì. Arpat aggiunge anche «nel corso del 2015, per lavori analoghi, a seguito di un esposto da parte di un cittadino, l’Agenzia effettuò dei controlli, che non rilevarono la presenza di inquinanti ma furono riscontrate irregolarità segnalate alle autorità competenti».

Da dove viene l’odore? Ma perché, se tutto è posto, c’è un odore acre? Sempre Arpat spiega che, essendo la sabbia prelevata sott’acqua, non è da escludere che insieme ai granelli venga prelevato anche materiale vegetale in putrefazione. In particolare proprio il materiale prelevato dalla zona di fronte al porto potrebbe risultare più scuro, a causa di limo, materiali vegetali, legni e cannucce trasportati dal canale. Materiale cosiddetto anossico, cioè che è rimasto senza ossigeno, e che spiegherebbe anche il cattivo odore (non l’odore di idrocarburo, però).

Color scuro e color sabbia. E in effetti nelle due grosse pozzanghere dove le due idrovore riversano il loro contenuto, si nota che l’idrovora che pesca in mare butta fuori materiale in tutto simile alla sabbia, per colore e odore. Quella invece che pesca nell’avamporto butta fuori materiale più scuro. Ai bordi di questa pozzanghera si notano anche pezzettini di cannucce, come se ne trovano abitualmente ai bordi di corsi d’acqua e fossi. È materiale inquinato? Saranno le analisi a stablirlo.

Nuove analisi in arrivo. Ad ogni modo, infatti, un primo risultato le “iene maremmane” lo hanno ottenuto. Nel pomeriggio di ieri la guardia costiera, l’Arpat, i carabinieri per la tutela ambientale (Noe) e la Forestale sono andati sul posto per prelevare alcuni campioni del materiale che esce dalle idrovore e analizzarlo. Le operazioni sono state seguite anche da Luciano Serra e dal padre Felice, che hanno continuato a scuotere la testa per tutto il tempo. L’Arpat ha prelevato, in ciascuna pozzanghera, sabbia in quattro diversi punti fino a una profondità di 55 centimetri, che è stata poi miscelata e messa in quattro barattoli (sempre per pozzanghera).

I campioni saranno analizzati a Siena dove si cercheranno idrocarburi, ipa (idrocarburi policiclici aromatici) e pcb (policlorobifenili). I risultati non si avranno prima di un mese.

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