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Casone, nuovi dati choc: "Arsenico nel suolo e nel canale Solmine"

Uno studio di Scarlino Energia rivela un inquinamento diffuso. Il Forum Ambientalista: "Sconfessati gli enti locali"

SCARLINO. Strade poderali, canali, piazzali e argini in un raggio di tre chilometri dall’area industriale della piana di Scarlino sono inquinati dall’arsenico e da altri metalli pericolosi che vi sono presenti in quantità fuori dai limiti di legge. E così lo sono i fanghi dell’argine destro del canale Solmine. Una vera bomba ecologica che le bonifiche fatte finora non sembrano aver disinnescato.

A riportare questi dati, per la prima volta nella ultradecennale vicenda della contaminazione della piana di Scarlino, non sono gli ambientalisti che da sempre si battono per far bonificare falda e terreno, ma Scarlino Energia, società proprietaria dell’inceneritore. E sono dati che, secondo Roberto Barocci e Lodovico Sola del Forum Ambientalista, sconfessano gli enti locali. Barocci li ha commentati in una conferenza stampa intitolata “Quando verrà recuperata la legalità in questa provincia?”, martedì 19 maggio al gazebo di Sì Toscana a sinistra di Follonica, ma chiunque può consultarli sul sito della Regione Toscana (sezione Ambiente/Rifiuti/Aia).

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Lo studio di Scarlino Energia. Scarlino Energia li ha infatti allegati alla documentazione presentata alla Regione il 20 marzo per chiedere nuove Aia e Via per riavviare l’inceneritore dopo lo stop imposto dal Consiglio di Stato. Ben due sentenze dei giudici romani hanno prescritto la necessità di indagare sulla qualità iniziale dell’ambiente (il cosiddetto punto zero). Così stavolta la società ha incluso uno studio di impatto ambientale che riporta i risultati dell’Indagine ecotossicologica integrata sulla qualità ambientale dell’area circostante il polo industriale di Scarlino (2011-luglio 2014).

Fuori norma 2/3 dei campioni. L’area indagata si estende per un raggio di tre chilometri intorno al nucleo industriale, sconfinando anche nel comune di Follonica per un totale di circa 28 chilometri quadrati. Su 44 campioni di terreno raccolti a varie profondità (dalla superficie a meno due metri) 29 sono risultati fuori limiti di legge per l’arsenico, lo zinco, il piombo e altri metalli inquinanti e cancerogeni. Due terzi del totale, insomma, è fuori norma. A fronte di un limite di legge dell’arsenico per il suolo di 50 milligrammi per chilo, alcuni campioni hanno riportato valori tra 90-198 mg/Kg (stazioni Santamaria 2, Santamaria 4, Bandite 1, Inceneritore, La Botte 2, la Botte 3, Le Case, Beccanina, Spargitoi 2, Bivio Casone). Solo sei campioni sono stati prelevati in siti industriali, e tra questi quello alla stazione Tioxide che ha registrato il record di 557 mg/Kg.

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«Strade fatte di rifiuti tossici». La maggior parte dei campioni però proviene da proprietà private vicine a poderi, canali, piazzali e argini realizzati. «Negli anni passati – dice Barocci – quando Eni era ancora presente sul territorio invano con la Coldiretti il Forum Ambientalista ha segnalato la presenza di canali, argini e strade realizzati con rifiuti tossici». Nel 2000 nel libretto “Arsenico. Come avvelenare la Maremma fino alla catastrofe” Barocci raccolse le testimonianze di alcuni proprietari di poderi che, in buona fede, avevano usato le ceneri magnetitiche derivate dalla lavorazione di pirite dell’Eni (qui dagli anni Sessanta) e contenenti il micidiale arsenico per costruire il fondo delle strade sterrate, i piazzali davanti ai casolari o per sanare le concimaie. Arsenico che, a contatto con l’acqua piovana, finisce nella falda, tanto che nel 2008 l’Acquedotto del Fiora ha dovuto installare un dearsenificatore. È quello che la Procura di Grosseto definì uno «scellerato progetto» di smaltimento delle ceneri – il loro uso come materia prima – salvo archiviare il procedimento penale a carico di Eni per prescrizione dei reati contestati (2003).

«Fingono di non sapere». Eni – oggi non più proprietaria degli impianti – e gli enti locali hanno sempre sostenuto che l’inquinamento da arsenico fosse naturalmente presente fin dall’epoca etrusca. «Arpat, Usl, Provincia e Comune di Scarlino hanno sempre finto di non sapere ma Scarlino Energia oggi ha pubblicato i dati analitici», dice il Forum.

Il canale Solmine. La società è andata addirittura oltre, indagando, con Arpat, anche i fanghi depositati negli ultimi 50 metri del Canale industriale Solmine, che scarica in mare anche i reflui della Nuova Solmine, della Tioxide e del depuratore di Follonica. I dati del lato destro sono tutti fuori norma anche di dieci volte per l’arsenico, ma sono pericolosi anche per mercurio, piombo e zinco. «Di questa realtà non ci sono stati comunicati pubblici da parte dei controllori pubblici», denuncia oggi Barocci.

«Ricatto occupazionale». Ma perché Scarlino Energia per chiedere l’autorizzazione per l’inceneritore presenta un quadro tanto inquietante della situazione ambientale della piana? Per il Forum Ambientalista non ci sono dubbi: «Sembrerebbe che Sansone, persi i capelli, voglia minacciare di far cadere tutti i filistei – spiega il Forum Ambientalista –. Ci sorge il dubbio che stiano preparando un ricatto occupazionale: la nostra supposizione è che dimostrando che l’inquinamento è ovunque vogliano allargare la responsabilità».

«Bonifiche inefficaci». Secondo il Forum Ambientalista i dati della Scarlino Energia dimostrano una cosa sola: che le bonifiche non funzionano. «Il 13 aprile gli enti locali – spiega Barocci – hanno approvato un progetto di bonifica delle falde incompleto e non risolutivo. Gli stessi progettisti dicono che non rimuovendo le fonti inquinanti la bonifica approvata è inutile e si difendono dalle critiche dando la responsabilità a chi li ha vincolati a non indagare in superficie. Non si sbagliano e questi dati lo dimostrano». Ma con questi dati che raccontano di un territorio già compromesso dall’inquinamento, come può la Regione autorizzare di nuovo l’inceneritore, un impianto che per sua stessa natura ha un impatto ambientale associato a emissioni in atmosfera e scarichi idrici? «È evidente che l’impianto non è sostenibile – dice Barocci – e se otterrà l’autorizzazione siamo pronti ad andare fino alla Corte di Giustizia europea». Da Arpat fanno sapere che il loro parere arriverà entro fine mese.

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