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Sub morti alle Formiche, gli indagati sono quattro

Coinvolti anche la moglie dei titolare del diving e la società di cui i coniugi sono amministratori per le violazioni in materia di sicurezza del lavoro

GROSSETO. Sono diventati quattro gli indagati per la morte dei tre sub umbri – Fabio Giaimo, Gianluca Trevani ed Enrico Cioli – avvenuta dopo l’immersione alle Formiche di Grosseto del 10 agosto scorso. Sono i già noti Andrea Montrone, titolare del diving, e Maurizio Agnaletti, il suo collaboratore. Nell’avviso di fine indagini recapitato alla vigilia di Natale ma di cui si è venuti a conoscenza solamente adesso figurano anche la moglie di Montrone, Daniela Lucciola, e la società Underwater Activity srl di Talamone, di cui la Lucciola è l’amministratore e Montrone l’amministratore di fatto.

Perché la moglie e la società? Perché il sostituto procuratore Stefano Pizza contesta anche le violazioni nella sicurezza del lavoro, con la delega conferita ad Agnaletti nelle operazioni di ricarica, senza adeguata formazione, senza prescrizioni per l’uso dei compressori, senza le condizioni di sicurezza, senza idonea strumentazione: la società ne avrebbe ricavato un vantaggio per i minori costi sostenuti. Un’aggravante, rispetto alla richiesta di giudizio immediato avanzata nel novembre scorso dal pm e non accolta del gip per lo “sforamento” di un giorno rispetto ai 90 indicati dal Codice. La Procura ha seguito così l’iter ordinario, effettuando però alcuni approfondimenti proprio in considerazione delle norme di sicurezza. E alla società è contestato l’illecito amministrativo derivante dall’omicidio colposo plurimo e dalle lesioni personali causate. Perché oltre ai tre sub morti per asfissia acuta il monossido di carbonio aveva causato anche l’intossicazione di un quarto sub, Marco Barbacci, che si era immerso anch’esso alle Formiche (ricoverato il 10 e dimesso il giorno dopo), e di un quinto, Maurizio Ciocca, che era sceso invece sui fondali  dell’Argentarola (20 giorni di guarigione). Sarebbe anche mancato il piano di sicurezza nell’ambiente di lavoro.

Per tutti si tratta di reati colposi: negligenza, imprudenza, imperizia. Azioni che sarebbero avvenute nella ricarica delle bombole con compressori vetusti, collegati con tubi di aspirazione artigianali, dotati di raccordi precari e inidonei a evitare contaminazioni, di lunghezza insufficiente, ad altezza insufficiente a evitare che lo scarico dei motori a benzina dei compressori potesse finire nelle bombole, con compressori tenuti in esercizio in sovraccarico per 4 ore consecutive, con vento di scirocco sopravento. Queste le contestazioni principali della Procura, per le operazioni avvenute tra le 17,30 e le 21,30 del 9 agosto sulla Emery Island.

Montrone avrebbe delegato Agnaletti, dipendente al nero, senza esperienza né formazione: il titolare non sarebbe stato presente salvo un breve periodo di tempo in cui avrebbe dato il cambio ad Agnaletti (era andato al bar); si sarebbe allontanato per andare a eseguire lavori su barche ormeggiate a Talamone, per festeggiare un anniversario su una terza imbarcazione e infine andando a casa tra le 20 e le 20,30 senza verificare che il lavoro fosse stato eseguito in sicurezza.

Agnaletti, che sarebbe rimasto sul molo davanti alla Emery Island, non si sarebbe reso conto della formazione di sacche di aria inquinata da monossido di carboio. Né lui né Montrone avrebbero seguito le istruzioni della Bauer, costruttrice dei compressori, sempre secondo l'ipotesi accusatoria.

Tutte e 33 le bombole in uso al diving sarebbero state caricate con quantitativi di monossido superiori a 17 parti per milione: in 14 ce ne era per 400 parti, in 7 per oltre 2000.  In quella di Giaimo ve ne erano 2.400, in quella di Cioli 2.015, in quella di Trevani 1.610; in quella di Ciocca 2.348. Una “concentrazione anomala e ed elevatissima”, secondo il pm Pizza, che ricorda il limite di tolleranza di appena 5 parti per milione.

Adesso i difensori, Riccardo Lottini e Massimiliano Arcioni, potranno chiedere un nuovo interrogatorio degli indagati (rispetto a quello del 7 novembre) o presentare nuove memorie, prima che la Procura proceda alla richiesta di rinvio a giudizio.

“Ci sono molti aspetti che devono essere approfonditi prima che si possa affermare la responsabilità dei nostri assistiti – si limita a dire l’avvocato Lottini – Ci sono tanti aspetti della perizia dell’ingegner Giorgio Chimenti che non mi convincono”.

 

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