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Addio a don Pierino Il prete che “sfidò” la rossa Maremma

È morto Gelmini, sacerdote simbolo della lotta alle droghe Dal 1949 un legame forte e controverso con la nostra terra

GROSSETO. Fu ordinato prete il 29 giugno del 1949, a Grosseto, don Pierino Gelmini, morto ieri in provincia di Terni. E per farsi le ossa la Diocesi decise di farlo maturare proprio nell’entroterra maremmano, luogo tutt’altro che ospitale per un sacerdote, in mezzo a contadini, minatori, comunisti. Prima la parrocchia di Casal di Pari, dove il predecessore era stato addirittura assassinato, poi dal 1957 parroco della neonata chiesa di San Giuseppe, a Bagno di Gavorrano, per volontà del vescovo Galeazzi. Mandato al fronte, in trincea, nel villaggio dove il Pci era più forte e radicato. La Maremma, comunque, gli resterà nel cuore. Continuerà a tornarci anche in seguito, nei periodi più bui, dopo gli scandali in Vietnam e a Roma e i quattro anni di carcere. E poi, più anziano, chiamato da alcuni amici, a tenere incontri e conferenze. Tra questi l’ urologo Riccardo Paolini.

Quello che poi diventerà il fondatore e capo carismatico delle Comunità Incontro era già un leader negli anni Cinquanta. A raccontarlo _ oggi _ coloro che all’epoca, giovanissimi, frequentavano la sua parrocchia. «Ce lo ricordiamo, certo, don Piero. Arrivò con un macchinone, accompagnato da un autista e restò qui 3-4 anni, poi il vescovo lo trasferì e al Bagno non l'abbiamo più visto. Comunque alla fine ci fu anche chi lo rimpianse e chi fece lo sciopero della messa. Aveva iniziativa, buona eloquenza e detestava i comunistacci. Ci chiamava proprio così». E i comunistacci una volta gli murarono perfino l’uscio di Chiesa, a don Pierino. Lui levò le tende e si rifece vivo dopo qualche mese.

«Al di là delle mille differenze, Pierino Gelmini era un attrezzo, un uomo determinato, pieno di risorse _ racconta l’ex primo cittadino di Gavorrano, Mauro Giusti, che a don Gelmini dedica anche alcuni passaggi del suo libro dal titolo “Ricordi di un ragazzo del Palazzo di mezzo” _ questo prete ha sempre fatto molto discutere. Era sveglio, aveva le smanie e lo mandarono al Bagno a togliersi la sete col prosciutto… Personalmente ci ho avuto a che fare da ragazzo e poi da sindaco, negli anni Novanta. Siamo sempre stati su fronti opposti».

Nelle biografie autorizzate Don Pierino, a proposito del suo impegno per curare i tossicodipendenti, racconta di aver «rinunciato alla carriera per salire sulla corriera dei balordi». Il primo incontro choc con un drogato l’ebbe nel 1963, poco dopo aver lasciato la provincia di Grosseto. «Zi prete, dammi una mano, non voglio soldi ma sto male», gli disse Alfredo in piazza Navona. Don Gelmini lo portò a casa sua cominciando così la sua attività di assistenza. Da quel momento l’impegno a favore di chi era inciampato nell’eroina è stato pressoché ininterrotto. Proprio a Gavorrano, a metà degli anni Novanta, voleva realizzare il più grande centro d’ascolto d’Italia, dove incontrare e “smistare” chi sceglieva di farsi aiutare. Aveva sottoscritto addirittura un precontratto con Eni e intendeva acquistare e ristrutturare l’ex asilo delle suore. Il Comune, alla fine, riuscì a far saltare l’accordo, grazie anche a una petizione bulgara indirizzata proprio al leader della Comunità Incontro. Accolta.

«Ho un sogno _ disse durante un incontro a Grosseto, a Gorarella, nel 1998 _ quello di creare ovunque luoghi accoglienti per favorire il reinserimento di chi ha sbagliato. Basta ghetti». E in Italia e nel mondo, dal 1980 in poi, sono spuntate decine di Comunità, moderni centri di accoglienza dotati anche di strutture di assistenza sanitaria all'avanguardia. Per la cronaca, nel Grossetano don Gelmini farà ritorno a fine anni Settanta, un breve

periodo poco prima di avviare la cosiddetta “impresa di Amelia”, la comunità-madre. È allora che conosce Riccardo Paolini e altri Dc grossetani. Poi _ più di recente _ relatore a diverse conferenze a Grosseto, Pitigliano e laddove i vecchi amici lo invitavano a portare la sua testimonianza.

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