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Schettino chiede la nullità del processo, il Tribunale dice no

Concordia, il difensore aveva lamentato la compressione dei diritti dell'imputato

GROSSETO. L'avvocato Domenico Pepe, difensore di Francesco Schettino, ha chiesto la nullità di quanto fatto nel processo attuale nei confronti dell'ex comandante della Concordia. Il legale ha spiegato di non aver potuto avere copia degli atti a causa delle condizioni economiche del suo assistito, che non ha lavoro e i cui beni sono stati messi a suo tempo sotto sequestro. La richiesta, cui si è opposta la Procura ("è sconcertante - ha detto il pm Stefano Pizza - è un regalo all'imputato"), è nata quando il Codacons - sulla scorta della recente sentenza del Tar - ha chiesto non più la nullità (come ipotizzato il giorno precedente) ma la sospensione del procedimento fino a dopo l'estate per consentire di "recuperare il gap" e chiedere copia degli atti a un costo considerevolmente inferiore rispetto a quello inizialmente fissato: l'avvocato Giuliano Leuzzi, che rappresenta l'associazione, ha lamentato una compressione del diritto di difesa, avendo potuto fare soltanto un quarto delle copie a un costo di 10mila euro. Le parti civili si sono opposte alla sospensione. Il Tribunale, che è rimasto un'ora in camera di consiglio, ha respinto tutte le richieste: sia quella di nullità, sia quella di sospensione. Il procedimento procederà regolarmente, il prossimo appuntamento è per la settimana dal 30 giugno al 4 luglio quando saranno discussi i risultati delle perizie.

UTENZE PULITE PER EVITARE INTERCETTAZIONI. Perché Andrea Tonini, 33 anni, addetto per Costa alla gestione degli imbarchi degli equipaggi, disse alla Procura che nei giorni successi al naufragio suggerì agli ufficiali di utilizzare delle «utenze pulite» per le conversazioni? Domanda risuonata più volte, per iniziativa delle parti civili, al processo nei confronti di Francesco Schettino. «Perché temevamo le intercettazioni dei mass media - è stata la risposta di Tonini - Serviva un’utenza pulita perché gli argomenti erano delicati. E i verbali volavano su internet, quando credo avrebbe dovuto esserci un certo segreto. Eravamo preoccupati. Non ricordo però chi fu a chiedere di suggerirne l’uso. Comunque non c’era nessun doppio fine». Insomma, non sarebbe stato un modo per aggirare od ostacolare l’attività investigativa. Tonini parlava in quei giorni con gli ufficiali («che avevano voglia di sfogarsi, ma io dicevo loro che non ero la persona giusta, che dovevano raccontare ad altri») soprattutto per organizzare, ha detto, i loro spostamenti e agevolare i loro interrogatori.

LE DIMISSIONI RICHIESTE. Ma i giorni successivi al naufragio della Concordia furono giorni delicatissimi anche in casa del Rina, il registro navale italiano. Chiamato a testimoniare, l’allora presidente (lo era stato per dieci anni) Enrico Scerni ha detto che fu «non obbligato ma indotto» a dare le dimissioni il 17 gennaio 2012 dall’ad Ugo Salerno e dal segretario del consiglio Alberto Alberti, in seguito a «una mia improvvida dichiarazione a un giornalista dopo una conferenza stampa del presidente Foschi: dissi che questo tipo di navigazione turistica non poteva non essere a conoscenza degli armatori». Il termine «dare le dimissioni è un eufemismo: Salerno e Alberti, che era stato per trenta anni il mio avvocato, vennero nel mio ufficio e mi dissero che gli armatori non si sentivano tutelati da Rina. Io non volevo darle ma non mi opposi. Alberti dettò le dimissioni alla mia segretaria e io le firmai. Non ho fatto azioni nei loro confronti. Sono andato via insalutato ospite».

LA MAMMA DEL MAITRE. In apertura di udienza, breve testimonianza della madre del maitre gigliese Antonello Tievoli, Mamiliana Rossi, che ogni settimana aspettava il passaggio della nave davanti a Isola del Giglio: «Non so dire a che distanza fosse la nave, quella sera. Non mi intendo né di manovre né di distanze. L’unica cosa diversa che notai fu che le luci si spegnevano».

INFORMAZIONI SU SCHETTINO. La dirigenza di Costa Crociere chiese a Tonini di assumere informazioni sul comandante: "Me lo chiese Maurizio Campagnoli. Ne parlai con l'elettricista bulgaro Dimitrov: ci raccontò che il comandante aveva aiutato delle persone a imbarcarsi sulle scialuppe". Al difensore di Schettino, Domenico Pepe, Tonini ha confermato che nelle sue sommarie informazioni aveva detto che il comandante fu "utile con i passeggeri".

IL COMANDANTE INFLESSIBILE CON ALCOL E DROGA. Per far capire quanto Francesco Schettino fosse rispettoso dei regolamenti di bordo, il difensore Pepe ha chiesto a Tonini se fosse a conoscenza di provvedimenti presi nei confronti dell'equipaggio trovato sotto gli effetti di alcol o in possesso o consumatori di droga. L'addetto di Costa ha spiegato di non ricordare alcun episodio particolare. Non ha potuto confermare quindi se sia vero che Schettino abbia sbarcato dieci componenti dell'equipaggio a Miami, come il secondo ufficiale alcolizzato dalla Costa Atlantica,come anche il primo ufficiale perché aveva abbandonato il comando. E del resto il presidente Puliatti ha invitato a porre domande pertinenti all'oggetto del processo: nessun provvedimento di questo genere era stato preso quella notte per la Concordia. Successivamente, in una pausa del processo, il difensore ha circostanziato gli episodi cui intendeva far riferimento.

CONFRONTO TRA TESTIMONI. Quando arrivò a Genova la comunicazione che i compartimenti allagati erano tre e che quindi la Concordia non era più sicura? I testimoni in aula, ha fatto osservare l'avvocato di parte civile Alessandra Guarini, hanno dato indicazioni diverse: l'ingegner Paolo Giacomo Parodi, ispettore tecnico e componente dell'unità di crisi, aveva detto al Tribunale che erano due fino alle 24,30 e così aveva dichiarato anche Paolo Mattesi, responsabile della sicurezza di Costa. L'ingegnere del Rina, Antonio Lorenzetti, ha detto invece di averlo saputo prima delle 23. "Chiedo un confronto tra i testimoni perché c'è contrasto tra le loro dichiarazioni", ha detto il legale. La Procura si è opposta così come Costa Crociere responsabile

civile, le altre parti civili si sono schierate a favore del confronto. Il Tribunale ha respinto la richiesta. L'avvocato Guarini ha quindi chiesto la trasmissione alla Procura degli atti relativi alla deposizione di Parodi ipotizzando il reato di falsa testimonianza.

 

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