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Massacro al pascolo, muoiono 60 pecore

Manciano: per sfuggire al predatore il gregge si ammassa nei pressi di un torrente. Decine di capi muoiono soffocati

MANCIANO. I pastori stanno mungendo, i predatori passano, azzannano due capi e tutte le altre pecore terrorizzate vanno a morire in un fosso. Ne muoiono sessanta in un sol colpo. Perdita micidiale per l’azienda delle Croste alla Sgrilla nel comune di Manciano.

Le 60 pecore morte facevano parte del gregge di Carmelo Masala, un pastore sardo, che mercoledì stava mungendo, con un suo operaio, le 500 pecore da latte di un gregge che complessivamente conta circa 2mila-3mila capi ovini.

«Stavamo mungendo con i macchinari verso le 19 all’aperto, nel campo – racconta Carmelo – e man mano che le pecore erano state munte, le lasciavamo andare libere in attesa di terminare il nostro lavoro. Stavamo per finire quando mi sono accorto che qualcosa, laggiù dove si trovavano le pecore munte, stava succedendo. Non avevo visto nulla, ma è stata una sensazione netta che qualcosa non andava».

I pastori accorrono, ma ormai è tardi. «Il predatore – racconta Masala – aveva azzannato due pecore e tutte le altre, terrorizzate, per cercare di salvarsi si erano precipitate verso il fosso. Tutto il gregge, praticamente. Mi sono trovato davanti circa 350 pecore tutte ammassate l’una sopra l’altra. Una montagna di lana da salvare. Una tragedia».

Con la forza della disperazione, i pastori cominciano a tirarne fuori quante più pecore possono. «E ne abbiamo salvate tante – dice Masala –. Ma purtroppo 60 sono morte soffocate, annegate in quel fosso, schiacciate anche dalla massa di tutte le altre che erano piombate là sopra».

La voce si irrigidisce al ricordo. «Io – aggiunge Masala – non ho nemmeno più parole per dire la nostra disperazione. Perché non è tanto il danno delle sessanta pecore morte, straziate così, quanto il fatto che noi le alleviamo per mungerle per cinque o sei anni. Questo è anche perdita di lavoro per gli operai, per noi, per il caseificio».

Carmelo, che abita poco distante dal pascolo dove è successa la tragedia, al podere di Pian dei Cerrai, sotto i Cavallini nei pressi della Sgrilla, ormai è maremmano d’adozione, legato alla Maremma non solo dalla passione per l’allevamento ma anche dal rispetto e dal legame fortissimo con un territorio che sente suo. Un pastore di “alto profilo”, come lo definisce un amico, di quelli che al gregge e alla cura dell’ambiente hanno dedicato vita e risorse, trasmettendo questi valori ai figli (un figlio, fra l’altro, lavora come amministratore nel caseificio di Manciano).

«È dal 1981 che sono qui – racconta – e mai erano successe aggressioni di tale portata. Le perdite dei capi sono migliaia. Io, in un anno, ne ho perduti trecento. E alla fine le pecore finiscono, di certo finiranno. Non riusciamo a proteggerci, perché i predatori attaccano anche di giorno, attaccano con noi pastori presenti, come in questo caso. Anche capire che razza di bestie sono è difficile. In questo caso è stato impossibile trovare tracce, perché giovedì mattina, quando siamo andati a vedere, era piovuto e non abbiamo trovato nulla. Solo una vipera abbiamo trovato. Ci mancano anche quelle, adesso».

Ci è voluta tutta la mattina per recuperare i resti e le carcasse dei sessanta animali. E infine, all’allevatore, mentre ammontinava le carcasse tutte insieme per sottoporle al vaglio dei veterinari e poi conferirli allo smaltimento, non è rimasto altro che chiamare la Asl per dare il via a tutta la macabra pratica delle analisi e dello smaltimento.

Un evento di dimensioni eccezionali, che ha chiamato sul posto, oltre i responsabili Asl, anche i carabinieri di Manciano e i responsabili del progetto Ibriwolf per l’analisi del morso e il recupero tracce dna.

«Il ragazzo del progetto Ibriwolf – commenta Masala – mi ha consigliato l’uso delle recinzioni. Ma non servono a nulla. Ormai i predatori sono abituati all’uomo e non hanno paura. Mercoledì sera se non ero sul posto, mi morivano cinquecento pecore. E poi come si fa a tenere le pecore chiuse dentro un recinto? E il pascolo tradizionale?».

È questa la strage più grande accaduta ultimamente, dopo quella successa a Tiziana Pieri di Pian d’Orneta, Baccinello, che si è vista uccidere settanta capi lo scorso ottobre e dalla quale i predatori sono tornati più volte.

Gli allevatori solidali con Masala e tornano a chiedere un contenimento dei predatori, che preveda la cattura a lacci bloccati. Non quelli che uccidono, come i lacci trovati a Roccastrada

nei giorni scorsi, ma quelli che catturano senza danneggiare l’animale, usati anche dai ricercatori dell’università La Sapienza. Si invocano corsi appositi per imparare a mettere quei lacci, si vuole l’istituzione di un centro per la raccolta delle carcasse.

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