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La Seggiano di Marini nel libro della figlia

Marina Marini per la prima volta nel paese che diede i natali al padre, cantante e compositore

SEGGIANO. «Tu sei per me la più bella del mondo e un amore profondo mi lega a te». Così cantava Marino Marini nel 1957 in una delle sue più celebri canzoni. E questa è diventata il titolo del libro scritto dalla figlia, Marina. Che, quest’estate, per la prima volta, è tornata a Seggiano, il paese natale del celebre padre, cantante, compositore, produttore discografico scomparso nel 1997, per presentare la sua opera e scoprire i luoghi dove il Marini era nato nel 1924 e aveva vissuto prima del successo planetario che conquistò negli anni successivi.

La storia di Maria Elena, donna bellissima, è cruda, antica ma recente, piena di passione e di amore per la vita, per una figlia, per una ricerca della felicità che accade soltanto attraverso il rapporto filiale.

La storia inizia a Seggiano, poi si sposta a Liegi in Belgio e infine a Milano. La bellezza della protagonista è l’innesco che cambia per sempre la sua vita. La storia si snoda alla ricerca della figlia che le viene strappata dalle braccia perché nata da uno stupro e data in adozione.

Tanti sono, nel libro, i colpi di scena che riportano indietro agli anni ’60 e ’70 attraverso la musica dei jukebox, toccando con mano oggetti che oramai non esistono più ma che hanno fatto un’epoca, come la fonovaligia o il vinile. E questo – come dice la scrittrice – è uno dei tre motivi per il quale va letto il libro.

«Il secondo è il coraggio di una donna che vive in un'epoca difficile, austera ma non si da perduta – spiega marina Marini – e il terzo è la parte storica che racconta una Seggiano tra gli anni 1955-1968».

E qui nasce la cosa curiosa perché Marina Marini non era mai stata nel paese natio di suo padre, che nacque a Casa Zanobi nella piazza principale del paese. Attraverso uno studio storico è riuscita a ricostruire la storia di un paese che viveva di agricoltura, dove esisteva solo un farmacista, un dottore, un carabiniere, un parroco, dove la gente per andare ad ascoltare l’unico jukebox che era in piazza si portava la sedia da casa. Una popolazione che partecipava all’attività bandistica con interesse e passione, che aveva un diffuso alfabetismo musicale che si opponeva all'analfabetismo scolastico e culturale, ma che aveva un cinema e un teatro.

Un grande colpo di scena nel romanzo darà al finale un ampio respiro e infinita gioia. Alla fine della presentazione «Mio padre suonava vari strumenti, tra i quali il violino jazz, ma un giorno dovette smettere per la troppa emozione che provava

nel farlo. Era un musicista ma soprattutto un padre e quando mi sono sposata la cosa che mi ha detto è stata: ora mi mancherà la mia interlocutrice, mi mancheranno i nostri lunghi dialoghi. Mio padre era anche questo, un uomo che passava ore e ore a parlare con sua figlia».

Erika Comina

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