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«Si è sfiorata la terza guerra mondiale»

Le parole dell’ex sindaco Finetti alla madre poco dopo la tragedia del Dc-9 nelle memorie del figlio allora adolescente

GROSSETO. A giugno a Grosseto è caldo. Lo era a maggior ragione il 27 giugno 1980, la sera che il Dc-9 Itavia precipitò nelle acque di Ustica. La sera in cui attraversò il cielo sopra Grosseto, in cui apparve e scomparve dai tracciati radar dell’Aeronautica, quelli che poi arrivano a Poggio Ballone. Era caldo in città, c’erano state le elezioni e Giovanni Battista Finetti era stato eletto sindaco per la terza volta. Un sindaco comunista, del Pci di una volta. Un sindaco d’apparato, un fedele alla linea, uno di quegli uomini tutti d’un pezzo come lo erano i dirigenti del Partito comunista di Enrico Berlinguer. Un uomo al quale si potevano anche fare confidenze pericolose. Raccontare, ad esempio, quello che poteva essere successo quella notte nel cielo sopra Grosseto, quando i caccia si alzarono in volo dal Baccarini, quando il Dc-9 dopo essere passato da qui non riuscì ad arrivare a Punta Raisi, in provincia di Palermo.

«Se babbo avesse saputo qualcosa della vicenda - dice oggi il figlio Alessio - non lo avrebbe mai raccontato a noi familiari. Probabilmente, se ha detto qualcosa a qualcuno, lo ha fatto con gli allora dirigenti del Pci». Il nome di Giovanni Finetti, nell’inchiesta per la strage costata la vita a 81 persone, entra solo dopo la morte del sindaco, investito sulla strada che da Istia d’Ombrone porta verso Grosseto. «Per anni è circolata la voce che la morte di mio padre fosse legata a quello che poteva sapere della notte di Ustica - dice oggi Alessio - ma io credo che le cose non stiano così. Io e mia madre non ci siamo nemmeno costituiti parte civile nei confronti del ragazzo che lo ha investito». In sella a un motorino, c’era un sedicenne di Istia. Ci sarebbe voluta troppa fantasia a pensare che quel giovane fosse stato pagato da qualcuno per togliere di mezzo un sindaco che sapeva. Di questo suo figlio è certo. «Ma non posso escludere con il senno di poi che gli sarebbe potuto capitare qualcosa, negli anni successivi».

Sono anni difficili, quelli, per l’inchiesta dei magistrati che si occupano del caso Ustica. Sono anni di depistaggi e insabbiamenti, figure che entrano ed escono, che chiariscono e confondono. «Pare che babbo avesse ricevuto le confidenze dell’allora comandante della base - aggiunge Alessio - ma con noi non ha mai fatto cenno a questa storia. Nel 1980 si è separato da mia madre, e l’unica volta che ha detto qualcosa lo ha fatto con mia nonna».

In cucina, nella casa della madre a Follonica, Giovanni era a pranzo. C’erano anche le sue sorelle. «Alla televisione c’era un servizio sulla strage - dice Alessio - e di fronte a quelle immagini, mio padre disse solo che si era sfiorata la terza guerra mondiale. Non ha mai più fatto cenno a questa vicenda». Lo disse davanti alle zie di Alessio e alla nonna. Lo disse a donne che sulle prime non dettero peso a quelle parole. La cosa morì lì. Ma qualcosa di strano sarebbe comunque capitato di lì a poco.

«Dopo la morte di babbo - dice ancora Alessio - il suo nome, legato al suo incidente, venne fuori su un articolo di Purgatori, sul Corriere della Sera che lo inseriva nella lista delle morti sospette legate al caso Ustica». La polizia giudiziaria andò a bussare alla porta di casa Finetti. «Hanno sequestrato le agende di mio padre - ricorda Alessio - e in quell’occasione ci hanno chiesto dell’incidente». Ma sempre durante quell’incontro, di incidenti ne sarebbe venuto fuori un altro, del quale né Alessio, né la sua mamma, avevano mai sentito parlare.

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«Babbo
era a Firenze - ricorda - era nella segreteria regionale del partito. E pare che a Firenze avessero cercato di investirlo». La morte, però, è arrivata dopo. Nel 1983, a gennaio, l’ex sindaco di Grosseto fu investito. Morirà quaranta giorni dopo. «A 48 ore dall’incidente ci chiamarono a dargli l’ultimo saluto - dice - avevano detto che avrebbero staccato le macchine. Ma poi fu operato a Grosseto e trasferito a Pisa con un volo dell’Aeronautica». A bordo, insieme a Finetti, c’erano la madre del sindaco e i militari. «Da Grosseto era partito in condizioni migliori - spiega ancora - a Pisa è arrivato che era praticamente spacciato. Ma è anche vero che aveva un trauma addominale subdolo, che gli causava continue emorragie». L’ex sindaco è morto il 2 marzo. Portando con sè quello che sapeva della notte del 27 giugno. «Lasciandoci in eredità la sua rettitudine morale - dice Alessio - ma anche l’esigenza di sapere la verità su una tragedia che ha coinvolto l’Italia intera».

@francegori

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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