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Sono vivo soltanto perché pensavano di avermi ucciso

Un ragazzo lo picchiò selvaggiamente prima di un rave. «Ho perso un occhio ma rimetterò la divisa da carabiniere»

GROSSETO. «Hanno pensato che fossi morto. Sono vivo soltanto per questo». Non è un gioco di parole, quello pronunciato da Domenico Marino a un anno di distanza dal violento pestaggio del rave di Sovana. Non sono un gioco le sue parole, non è un gioco la protesi che porta al posto di un occhio. Non è un gioco nemmeno il suo sguardo, quel brillare d’azzurro che è vero a sinistra e che diventa vero a destra, dove il bulbo è esploso. Il carabiniere scelto è pronto a rientrare in servizio, forse già a fine mese. Il suo collega Antonio Santarelli, invece, è in stato vegetativo alla clinica di Chieti.Domenico poteva essere al posto di Antonio, che quella mattina non sarebbe dovuto essere su quella strada.

Marino, lei quella mattina la ricorda?
«Ero partito alle 7 con Antonio, non eravamo particolarmente nervosi. Era un normale controllo, quando abbiamo fermato quell’auto eravamo sereni. Sulla Clio in fondo c’erano quattro ragazzini».

Durante il controllo, ha parlato con i ragazzi?
«Con Gorelli, soprattutto, che ci chiedeva di non sequestrare l’auto dopo l’alcoltest. Lo abbiamo fatto due volte, il risultato era chiaro. Il ragazzo era uscito dalla sua auto ed era vicino alla nostra mentre compilavamo i moduli. Gli chiesi di allontanarsi, poi io mi voltai per aiutare Antonio che stava scrivendo il verbale».

Fino all’esplosione della violenza...
«Ho sentito il sangue colare, ho cercato di reagire prendendo Gorelli per il collo, volevo buttarlo a terra. Poi ho perso i sensi, mi sono ripreso dopo venti minuti».

Quali sono state le prime parole che ha sentito?
«Il medico dell’ambulanza che chiedeva di trasportarci con Pegaso alle Scotte. Poi, in ospedale, la mano del generale Gallitelli che stringeva la mia. Era la sinistra. Dall’occhio destro non vedevo niente».

Quando ha saputo quello che era successo al suo collega che cosa ha pensato?
«Che potevo essere al suo posto. Ma soprattutto che quello che era successo ad Antonio usciva da ogni logica. Con lui lavoravo da tre mesi, ma eravamo molto legati. Quella mattina aveva cambiato il turno, io ero felice di uscire con lui. Un mese e mezzo fa sono andato a trovarlo con sua moglie. Quando mi trovo insieme a Niccolò, suo figlio, penso sempre che quel ragazzino può parlare con me ma non può riabbracciare il padre. Questo non è giusto».

Lei, come la moglie di Santarelli, ha visto Matteo Gorelli alla prima udienza in tribunale. Che cosa ha provato?
«Un gran dolore. Lo stesso che ho provato quando i suoi genitori sono venuti a chiedermi scusa. Io le scuse le ho accettate e mi rendo conto che per loro non sia facile. Ma quello che mi aspetto ora è soltanto giustizia, che quel ragazzo paghi per ciò che ha fatto».

Ha distrutto la vita di Antonio e della sua famiglia, ha reso difficile la sua.
«Sì. Sono cresciuto in una famiglia di carabinieri ed è questo che volevo fare. Ora sono senza un occhio, con una protesi che non mi permette di tornare al radiomobile».

Ma indosserà ancora la sua divisa.
«Certo, una volta superata la commissione medica ho chiesto di rientrare. Al nucleo informativo, probabilmente, qui a Grosseto. Ma tornare

alla vita normale non è possibile. Antonio è in quel letto d’ospedale, appeso a un filo. Io non potrò più fare quello che facevo prima. O almeno, non del tutto. E le ferite che ci sono rimaste addosso, non guariranno mai più».

di Francesca Gori

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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