Quei trenta giovani deportati
morti in Austria e Germania
e poi dimenticati dallo Stato

Ritrovati da un “blogger” i nomi dei maremmani sepolti nei cimiteri di guerra e dati per dispersi. Mai avvertite le famiglie

    GROSSETO. Trenta lapidi, in attesa di un fiore da più di sessant’anni. Su ognuna c’è inciso un nome e un cognome, talvolta una data di nascita, e per rintracciarle esistono delle coordinate, riquadro, fila e numero, per distinguerle in un mare di marmi tutti uguali. Ma nessuno, in tutto questo tempo, si è ricordato di avvertire di tutto ciò chi aveva pianto quei morti.

    Se oggi le famiglie di 30 uomini maremmani finiti nei campi di sterminio nazisti e poi sepolti nei cimiteri austriaci, tedeschi e polacchi, scoprono che esiste una tomba in grado di accogliere una lacrima o un pensiero per il nonno o lo zio conosciuto soltanto attraverso i racconti dei familiari, lo devono a un ricercatore veronese, Roberto Zamboni, che ha aperto un “blog” su internet. Si è messo a cercare notizie su un suo parente e si è imbattuto in centinaia di italiani che erano stati arrestati e deportati: militari prigionieri di guerra, deportati politici o razziali, liberi lavoratori che si trovavano negli ex territori del Terzo Reich durante il periodo bellico.

    E il passo è stato breve: ha deciso di raccogliere tutti i dati, li ha classificati e li ha pubblicati sul suo blog (www.robertozamboni.com): «Chi nel dopoguerra si occupò di ricercare, riesumare e traslare i nostri caduti nei cimiteri militari italiani - scrive - purtroppo si “dimenticò” d’informare i familiari dell’avvenuta inumazione, negando a migliaia di famiglie italiane di avere almeno una tomba su cui piangere.

    La ricerca ha come scopo finale quello di far conoscere ai parenti di questi poveri sventurati le località di sepoltura dei loro cari». Zamboni ha incrociato i dati dell’archivio segreto del Vaticano, del ministero della difesa e dell’Associazione nazionale ex deportati. In tutto sono trenta i deportati, o “Dimenticati di Stato”, come li ha definiti nel suo blog, nati in Maremma e morti nei campi di sterminio, che hanno una tomba e nessuno lo sapeva. C’è chi è morto a 24 anni schiacchiato da un albero, come Gino Monelli di Sorano, e chi è deceduto in ospedale a 23 in Germania, come Ernisio Ciacci di Seggiano.

    Sono operai, boscaioli, agricoltori. Soldati. Trenta storie figlie dell’assurdità nazista, con lo stesso tragico epilogo che finalmente, a distanza di oltre sessant’anni, ha almeno una data e una causa, suggellate da una croce e le coordinate per trovarle nei cimiteri di Monaco, Francoforte, Berlino, Amburgo, Mauthausen. I parenti dei caduti che intendessero fare visita al luogo di sepoltura di un proprio caro devono prendere contatto con il ministero della difesa, per avere conferma della posizione della tomba ed evitare disguidi. Lo stesso commissariato generale è anche l’unico ente dello Stato legalmente autorizzato ad approntare le pratiche relative al rimpatrio dei caduti di guerra. (g.f.)
    10 novembre 2010

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