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Operazione anti 'ndrangheta: coinvolte concerie di Fucecchio e Santa Croce. Chi sono gli arrestati - Video

Imprenditore non restituì un prestito e fu minacciato: un amico sequestrato per un giorno. Sequestrati i beni di 12 aziende, qui si ripulivano i soldi sporchi

Blitz anti 'ndrangheta in Toscana: l'operazione di carabinieri e finanza Carabinieri e finanza di Firenze, su richiesta della Dda, hanno eseguito sequestri di beni e aziende e le ordinanze di custodia cautelare: 11 in carcere, 3 ai domiciliari

EMPOLI. Ci sono concerie di Fucecchio e di Santa Croce al centro dell'operazione anti 'ndrangheta chiamata "Vello d'Oro" condotta dalla Dda e dai comandi provinciali dei carabinieri e della Finanza di Firenze. Operazione che ha portato all'arresto di 14 persone in Toscana e in Calabria, svelato meccanismi di riciclaggio di capitali sporchi di cosche della 'ndrangheta della provincia di Reggio Calabria con imprese del distretto del cuoio.

CHI SONO GLI ARRESTATI IN TOSCANA

Cosma Damiano Stellitano, 53 anni, nato aresidente a Vinci; Andrea Iavazzo, 65 anni, nato a Fucecchio e residente a Pistoia; Maurizio Sabatini, 58 anni, di Santa Croce sull'Arno, Giovanni Lovisi, 64 anni, originario di Salerno e residente a Santa Croce sull'Arno, Lina Filomena Lovisi, 33 anni, di Santa Croce sull'Arno.

Ai domiciliari gli imprenditori Alessandro Bertelli, 45 anni, di Empoli e Filippo Bertelli, 49, di Fucecchio , e Marco Lami, 59 anni, di Santa Croce sull'Arno.

Operazione anti 'ndrangheta: il passaggio di soldi "sporchi" Il denaro ottenuto dagli esponenti della 'ndrangheta in Toscana sarebbe provento di illecito e veniva rimborsato a un tasso usurario medio del 9,5%. Nel mirino concerie di Fucecchio e Santa Croce sull'Arno

LE INDAGINI

Secondo le indagini si tratta di società conciarie sane i cui imprenditori avrebbero preso accordi con esponenti in Toscana della 'ndrangheta per rafforzare la liquidità e per ottenere vantaggi sull'Iva tramite il pagamento di false fatture per operazioni commerciali inesistenti. Il denaro ottenuto dagli esponenti della 'ndrangheta in Toscana sarebbe provento di illecito e veniva rimborsato a un tasso usurario medio del 9,5%. "Il quadro è preoccupante sia in Toscana sia in altre regioni del Centro-Nord", commenta il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho. "La 'ndrangheta si presenta agli imprenditori apparentemente onesti con il miraggio di procurare guadagni migliori e di far raggiungere loro obiettivi più alti. Abbiamo il dovere di fare attenzione all'apertura di queste presunte ricchezze in un momento come quello attuale dove le imprese faticano ad andare avanti".

Il gip di Firenze, Paola Belsito, ha disposto il sequestro preventivo di 12 società, di cui 7 con sede all'estero, e sospettate di essere controllate dalla 'ndrangheta. Queste sono società con sedi in Slovenia, Gran Bretagna, Austria, Croazia e Romania. Sequestrati numerosi conti correnti bancari. Le indagini hanno evidenziato che gli esponenti della 'ndrangheta attivi in Toscana andavano a prendere in Slovenia, presso una banca locale, il denaro oggetto del riciclaggio da svolgere in Toscana in collaborazione con aziende del distretto del cuoio.

Secondo quanto emerge, il denaro veniva dato alle aziende "sane" che poi lo avrebbero restituito maggiorato di un tasso usurario con pagamento di false fatture, in particolare per la finta fornitura di pellami, fittiziamente pattuita con un imprenditore calabrese in Toscana.

ANCHE UN SEQUESTRO DI PERSONA

L'inchiesta è partita dalla denuncia di un imprenditore conciario ai carabinieri di Empoli nel 2014. L'uomo dichiarava di aver subito minacce per non aver pagato un prestito che gli era stato concesso a tassi di usura: si trattava di 30.000 euro di cui rendere 35.000 euro il giorno dopo, con un incremento del 17%. Le indagini, coordinate dal magistrato Ettore Squillace Greco della Dda di Firenze, hanno ricostruito che il denaro arrivò in Toscana dalla Calabria e che fu consegnato contestualmente all'emissione di fatture false, per un acquisto inesistente di pellami.

La fattura finta era la "pezza d'appoggio" che lo stesso imprenditore della zona di Empoli avrebbe dovuto pagare, per giustificare l'aumento di denaro maggiorato, a Cosma Damiano Stellitano, un calabrese da una ventina di anni domiciliato a Vinci oggi finito in carcere nell'inchiesta "Vello d'oro". L'imprenditore toscano non rese i soldi e annullò il bonifico a favore di una società riconducibile a Stellitano.

Ma tempo dopo, un amico dell'imprenditore toscano, colui che lo aveva messo in contatto con Stellitano, fu sequestrato da una batteria di calabresi che lo costrinsero a salire in auto e a condurli nei luoghi in cui avrebbero potuto rintracciare il debitore. Prima di rilasciarlo, dopo un'intera giornata, lo minacciarono anche di portarlo in Calabria e di non rilasciarlo fino a che la cifra non fosse stata pagata. Poi, in base a quanto emerso, nei mesi successivi, quattro persone aggredirono l'imprenditore toscano a Fucecchio , picchiandolo e intimandogli di restituite il denaro che doveva.

L'EVASIONE COME BUSINESS PRINCIPALE

"La torta più grande da spartirsi nel giro di fatture false che circolavano tra societ cartiere della 'ndrangheta, che le emettevano, e le imprese toscane che contribuivano al riciclaggio, era nella evasione dell'Iva, con ingente danno all'Erario. La 'ndrangheta, oltre a incassare rimborsi dei prestiti a interessi di usura, incassava l'Iva nelle sue societ fittizie che ovviamente non la versavano". hA spiegato il procuratore capo della Dda di Firenze, Giuseppe Creazzo.

Gli inquirenti hanno messo in luce i vantaggi derivati dai meccanismi finanziari di riciclaggio di denaro 'sporco' della 'ndrangheta, che si avvaleva di società all'estero e società 'cartiere' in Italia: e anche le imprese legali trovavano i loro vantaggi nell'evasione dell'Iva e con la costituzione di 'fondi neri' usati per le proprie esigenze.

Appoggiandosi a imprese 'sane' del distretto del Cuoio, tra Fucecchio (Firenze) e Santa Croce sull'Arno (Pisa), la 'ndrangheta, su richiesta di imprenditori inseriti nei circuiti legali, faceva arrivare denaro, solitamente dall'estero, da prestare 'a nero' e che veniva fatto emergere con fatture false per pagamenti di merce inesistente. Le fatture coprivano prestiti a nero che gli imprenditori restituivano a interessi usurari, anche ottenendo la possibilità di costituire risorse 'a nero' destinate al pagamento di prestazioni lavorative straordinarie dei dipendenti.
 

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