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sanità ed errori

Operazione sbagliata, risarcita con un milione dall'Asl

La donna era stata ricoverata all'ospedale di Fucechio per l’applicazione di una protesi al ginocchio, ma poi le venne amputata una gamba per le complicazioni

EMPOLI. Aveva subito un intervento ad un ginocchio, ma qualcosa è andato storto e le è stata amputata la gamba. Un danno che il tribunale di Firenze ha imputato interamente alla ex Asl 11 di Empoli, condannandola a pagare un maxi-risarcimento da quasi 1 milione di euro. Adesso, dopo la sentenza di primo grado e una battaglia di carte andata avanti per cinque mesi, l'Asl Toscana Centro ha proceduto al pagamento delle somme alla donna e ai suoi tre figli. Anche se l'azienda sanitaria nel frattempo è ricorsa in appello contro la decisione assunta in primo grado.

La donna, residente nel Valdarno inferiore che all'epoca dei fatti aveva 79 anni, era stata ricoverata all'ospedale San Pietro Igneo di Fucechio per l’applicazione di una protesi al ginocchio. Ma quella che il perito del tribunale fiorentino ha definito «l'imperizia» dell'equipe che ha operato la donna, ha portato a delle gravi complicazioni al polpaccio e al piede. Così la paziente era stata costretta a subire un nuovo ricovero all'interno della clinica di San Rossore. Tuttavia, la risposta che aveva ricevuto dai medici della struttura pisana era stata decisamente negativa. In conseguenza delle complicazioni provocate dal primo intervento, la sua gamba sarebbe stata amputata all'altezza della coscia. I fatti risalgono al 2011 e da allora la vicenda sembra ancora lontana dalla sua conclusione. Inizialmente la famiglia della donna, assistita dalle avvocatesse Laura Masini e Roberta Marcori, aveva tentato la carta della conciliazione per accorciare i tempi e arrivare ad una compensazione del danno che fosse equa. Il grado di invalidità assegnato in seguito agli accertamenti del caso, infatti, era stato del 55%. E gli esiti dell'intervento erano stati tali che la donna aveva dovuto sostenere delle spese per l'assistenza domiciliare. Senza considerare la sua età avanzata, che imponeva una maggiore rapidità nella chiusura del contenzioso. Ma la risposta dell'azienda di fronte a questa richiesta fatta pervenire dai legali era stata di rifiuto. In sostanza, la diagnosi proposta non veniva accettata e la conciliazione non autorizzata. Così la famiglia ha deciso di promuovere causa in tribunale. La prima citazione era arrivata all'Asl nel maggio del 2014 con una richiesta di risarcimento danni per le lesioni subite dalla paziente. La sentenza di primo grado del tribunale di Firenze è arrivata tre anni dopo, nel marzo scorso. Un pronunciamento che di fatto ha condannato in toto l'azienda sanitaria. «Nonostante la perizia preventiva – recita il dispositivo - l'azienda ha infondatamente resistito in giudizio non offrendo alcun risarcimento ai danneggiati per oltre sei anni e non favorendo la conciliazione, nonostante l'urgenza dipendente non solo dalla illiceità del fatto, ma soprattutto tenendo conto dell'età della vittima e della necessità di far fronte ai costi dell'assistenza con personale a pagamento». Le somme da pagare sono state fissate

in 450mila euro per la donna sottoposta ad amputazione, 150mila euro per la figlia convivente e 100mila euro ciascuno per i due figli non conviventi. Oltre alle spese legali. Ma il pagamento è arrivato solo adesso dopo l'azione di pignoramento mobiliare avanzata dalla famiglia.
 

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