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la rottura

Mangani rompe il "monocolore": «Via dal Pd ma non mi dimetto»

Parla il sindaco di Montespertoli dopo l’adesione alla lista unitaria di sinistra: «A Montespertoli eletto in una coalizione, nessun problema all’Unione»

MONTESPERTOLI. «In questo Pd non mi sentivo più a casa. Non c’è spazio per il confronto e sono stati traditi valori come l’uguaglianza sociale e i diritti. Si riforma tanto per riformare e non per aiutare i lavoratori e le fasce più deboli». Nella terra per eccellenza del renzismo si spezza il fronte dei sindaci-Pd. Il “monocolore” dell’Unione, fatto di 11 undici sindaci democratici eletti in altrettanti Comuni, perde Giulio Mangani, primo cittadino di Montespertoli da otto anni. Non sarà – come sottolineano i vertici locali del partito  – un fulmine a ciel sereno, perché il suo disimpegno dalle iniziative politiche non era passato inosservato. Ma l’addio (o forse l’arrivederci, come sottolinea il diretto interessato), da queste parti fa comunque rumore. Domenica prossima Mangani parteciperà come delegato di zona all’assemblea nazionale della nuova lista promossa Mdp, Sinistra italiana, Possibile e altri soggetti.

Ma non per questo lascerà la carica di sindaco: «No. Non mi dimetto. Perché io sono stato eletto con la lista “Democratici uniti a sinistra”, del quale anche il Pd fa parte insieme ad altre forze. Sono il sindaco di una coalizione e non soltanto del Partito democratico. E rispetterò il mandato, come ho fatto in questi otto anni». Mangani non teme neanche ripercussioni nell’attività di governo, né nella sua Montespertoli, né all’interno della giunta dell’Unione: «La mia amministrazione non cambia linea. E continuerò a lavorare per far crescere l’Unione, come ho sempre fatto». Lo strappo definitivo è arrivato sabato scorso, con la partecipazione all’assemblea territoriale “Per una nuova proposta” civica e di sinistra, al circolo Arci di Cascine: «Non è stata una decisione facile quella di lasciare il Pd, visto che ero tra i fondatori. Ma negli ultimi due anni non mi sentivo più a casa; il trend va in una direzione che non è la mia; già nella campagna referendaria dell’aprile 2016 mi ero schierato per il sì sulla durata delle trivellazioni, contrariamente alla linea del partito». E poi, a differenza di tutti gli altri colleghi di zona, non è stato certo in prima linea per sostenere il “Sì” al referendum costituzionale: «Però poi ho rinnovato la tessera del partito, in vista del congresso». Ora però la misura è colma: «In particolare, tanto per fare due esempi, sulle scelte fiscali e sui migranti. Nel primo caso il governo ha mirato più che altro ad aiutare i più ricchi e lasciare le briciole agli altri», per esempio con l’abolizione dell’Imu sulla prima casa. «E sui migranti si è badato a rincorrere la destra: ma è inaccettabile quanto sta accadendo in Libia in seguito agli accordi». E poi si sommano i problemi interni: «Il dibattito nel partito è surreale, non c’è coinvolgimento. Ecco perché ho deciso di aderire, da indipendente, alla lista unitaria. Qui c’è la prospettiva di creare qualcosa in grado di tenere insieme, di unire, attraverso un ragionamento di politica reale». E poi chissà: «L’auspicio è che anche nel Pd si ricominci a discutere. E magari

l’approvazione in tempi rapidi della legge sullo Ius Soli sarebbe già una buona cosa, ma ci credo poco». E poi chissà... «Nel Pd ci sono tante persone perbene. Magari è solo un arrivederci, e non un addio. Ma servirebbe da parte del segretario Matteo Renzi un cambio di rotta radicale».

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