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Il derby di Milano, l'Empoli e quella volta che Montella salvò Spalletti...

Calcio: così lontani, così vicini. Come in un film di Wim Wenders. Solo che il cielo sopra la testa dei due allenatori "empolesi" oggi è dominato dalla Madonnina

EMPOLI. Così lontani, così vicini. Come in un film di Wim Wenders. Solo che il cielo sopra la testa di Luciano Spalletti e Vincenzo Montella oggi è dominato dalla Madonnina. Quella del derby, quella che nel mondo del pallone significa solo e soltanto una cosa: Inter-Milan. Si affronteranno domenica sera, il 15 ottobre, sotto le luci di San Siro tanto care a Roberto Vecchioni.

L’INCROCIO

Non una sfida banale, insomma, ma neanche un incrocio come gli altri. Quello fra i due allenatori, infatti, è lungo 243 chilometri - quelli che dividono lo stadio Carlo Castellani di Empoli e il Meazza di Milano - e più di un quarto di secolo. Era l’anno del Signore 1991, infatti, quando le strade di Spalletti e Montella hanno preso, per la prima volta, una direzione comune e colorata d’azzurro. Il primo ha 32 anni, ha conosciuto il calcio professionistico 6 anni prima nell’Entella (allenata da tale Giampiero Ventura, vi dice niente...?), è stato il sindaco di Spezia (idolo del Picco) e ha giocato nel Viareggio. Il presidente dell’Empoli, Fabrizio Corsi, è da poco in carica e vuole alla sua corte l’amico (e, voce popolare, ex compagno di scorribande giovanili...).

Un certo Arrigo Sacchi ha da poco rivoluzionato il calcio italiano. Sono gli anni dell’avvento del gioco a zona, le macerie del Muro di Berlino sono ancora fumanti, Tangentopoli è alle porte, Andreotti governa. L’allenatore che accoglie Spalletti è un giovane emergente, dal quale l’attuale tecnico dell’Inter apprenderà molto. È un veneto appassionato di ciclismo, si chiama Francesco Guidolin. Nelle giovanili, intanto, c’è un ragazzino che incanta. Sì, proprio Vincenzo Montella. Gioca, segna, regala spettacolo ed emozioni col pallone in mezzo ai piedi. Ha 17 anni ed è già in Primavera (per età rientrava negli Allievi). La trascinerà, a suon di gol, al primo storico successo dell’Empoli: la Coppa Italia. Nella prima squadra, in Serie C, Spalletti è già un leader.

La squadra è buona, diverte, ma segna poco e a fatica. A promozione sfumata, nelle ultime partite, Guidolin affida la numero 10 a Montella (che aveva esordito all’ultima del campionato precedente col compianto Vitali in panchina): 7 gettoni, 4 squilli. «Se lo avessi messo dentro prima – dirà Guidolin mentre saluta per andare a Ravenna – avremmo vinto il campionato». Vero. Ma, intanto, sono le partite del primo incrocio: Montella e Spalletti insieme, sul campo, con la maglia azzurra addosso.

PORTE GIREVOLI

Montella e Spalletti sono insieme anche la stagione seguente. L’Empoli, ora di Nicoletti, parte alla grande, coi gol di Vincenzino. Ad Alessandria (e segnatevi il nome di questa città, tornerà utile più avanti), però, in uno scontro di gioco l’attaccante si rompe tibia e perone. Le ambizioni azzurre muoiono lì, perché il sostituto è il Protti sbagliato (Stefano e non Igor...) e inciampa nella pubalgia, perché Spalletti inizia ad avere continui problemi muscolari. La stagione del destino, dunque, diventa quella successiva: il campionato 1993/1994. Che, però, inizia nel peggior modo possibile. Montella, finalmente recuperato, non supera le visite mediche. Una maledetta infezione virale gli ha provocato un’aritmia al cuore che mette a rischio una carriera ancora tutta da scrivere. L’Empoli fa di tutto per curarlo, ma servono tempo e pazienza.

Torna a casa, in quella Castello Cisterna dove ha conosciuto uno dei suoi attuali collaboratori, Nicola Caccia. E la sua assenza pesa come un macigno. Perché anche Spalletti, il senatore, è sempre alle prese coi suoi muscoli da un lato forti come l’acciaio e dall’altro quasi di cristallo. Gli azzurri arrancano nelle zone basse. Per tutto l’anno. In panchina parte Ettore Donati, già maestro di Montella in Primavera e oggi (non a caso) maestro degli allenatori a Coverciano, poi subentra il povero Adriano Lombardi, che la Sla si è portato via qualche anno dopo. Niente. È crisi, sempre crisi. Verso la fine del campionato l’Empoli si gioca l’ultima carta: via anche Lombardi, Spalletti appende definitivamente le scarpe al chiodo e si prende l’onore di salvare la squadra (insieme a Palazzese, promosso dal vivaio). Ma c’è poco da fare. Saranno gli spareggi salvezza, i playout, a dire se gli azzurri potranno restare in C1 o finire in C2.

L’avversario, guarda un po’, è proprio l’Alessandria. Che si è piazzato pure meglio e ha il vantaggio di giocare il ritorno in casa. La fine sembra scritta, ma le porte del destino girano come in un altro film. Stavolta, però, non è di Wenders ma è firmato Peter Howitt. Si chiama Sliding Doors e racconta di quello che poteva essere e forse mai sarà. In casa Empoli la trama è più semplice: Montella c’è. Già, il cuore è guarito, può giocare. Quasi non si allena da due anni, ma può giocare.

Spalletti, che ha già le idee e il coraggio del grande allenatore, non ha dubbi. Lo butta dentro. Il giorno del destino è il 5 giugno del 1994. Vincenzo è una scheggia, come se non fosse successo niente. Ad inizio ripresa slalomeggia fra i difensori grigi come Alberto Tomba fra i paletti di uno speciale. Ne salta uno, due, tre, quattro. Il tiro viene respinto, ma sulla palla s’avventa Pelosi che spacca la porta da due passi: è 1-0. Al ritorno, in quel Moccagatta dove erano iniziato i problemi, Montella non segna ma, da solo, tiene la palla 70 minuti su 90. Fa espellere un difensore, salva l’Empoli di Spalletti: è 0-0. Uscendo dal campo al triplice fischio per la prima volta fa quel gesto, l’aeroplanino, che diventerà il suo marchio di fabbrica.

ALTRE STORIE

Da quella fine inizia un’altra storia. Anzi due. A Spalletti viene offerta la conferma, ma l’intelligenza (di cui è da sempre ben dotato) gli consiglia un altro percorso: sceglie di guidare una squadra delle giovanili, quella Allievi, per studiare e imparare. Torna alla guida dei grandi nell’estate del 1995. Montella, nel frattempo, ha giocato un’altra stagione super in azzurro e ha iniziato a decollare a Genova, sponda rossoblù. Il resto non è noia, come direbbe Califano, ma storia. Spalletti scrive quella dell’Empoli, Montella quella della Sampdoria. Si ritrovano proprio lì, nella Marassi blucerchiata, ma senza fortuna. Si ritroveranno anche a Roma nel 2005. All’ombra del Cupolone, e di Totti che proprio Spalletti inventa centravanti, Montella perde progressivamente spazio e 3 anni dopo anche lui sceglie di smettere e di diventare allenatore.

QUELLA PARTITA

Domenica prossima, insomma, non sarà la prima volta. Non sarà il primo confronto Spalletti-Montella fra allenatori. Capacità e destino, però, li hanno portati a guidare, oggi, due squadre della stessa città. E chissà quanto ripenseranno a quella doppia sfida con l’Alessandria. «Senza Montella non avremmo vinto – ha ricordato Spalletti proprio in questi giorni – e senza quella salvezza magari non

avrei fatto l’allenatore». Però la storia, anche quella del pallone, non si scrive con i “se” e con i “ma”. Si scrive coi fatti, con le scelte. E quelle di Spalletti e Montella dicono che domenica sera il cielo sopra San Siro sarà anche un po’ azzurro. Già, azzurro Empoli...
 

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