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Il ruolo del socialista Busoni nei fatti di Empoli del 1921

Dalla violenza iniziale alla difesa dei marinai: una posizione controversa

EMPOLI. Il 9 aprile del 1921 un informatore segnalò ai carabinieri di Empoli che, a circa tre chilometri dalla città, s'aggirava un “giovane sconosciuto in atteggiamento sospetto”, probabilmente ospite della famiglia Vannini, “contadini di avanzatissime idee sovversive”. Di mattina, intorno alle 5.30, i militari irruppero nell'abitazione dei Vannini, e, nonostante l'affermazione che non avevano ospiti, durante la perquisizione il giovane sospetto fu rintracciato mentre stava dormendo. Fu interrogato più volte e, come risulta dai verbali, rispose in maniera decisa che si chiamava Jaures Busoni, aveva vent'anni, era empolese e commerciante, ribadendo che si era allontanato dalla città in seguito agli episodi accaduti ai primi di marzo.

L'astro nascente del riformismo empolese, figlio di Raffaello Busoni, presidente per anni della Camera del lavoro e dirigente socialista, catturato durante una delle retate disposte per individuare i responsabili dei fatti dell’1 marzo del 1921. Durante la perquisizione i carabinieri trovarono, a Busoni, 1.319 lire e 85 centesimi, un orologio d'oro e una valigia contenente vari capi di vestiario, oltre a “diversi libri sovversivi”. Il direttore di “Vita Nuova” fu ammanettato e trasferito nel carcere di Poggibonsi, poi in quello di Empoli. Molti seguirono la medesima sorte. Interrogati, i più deboli “ammisero tutto ciò che si volle”, come ebbe ad affermare in seguito lo stesso Busoni.

L'8 maggio del 1924 s'aprì, davanti alla Corte d'assise di Firenze, il processo per i 132 imputati. Il 31 ottobre dello stesso anno, il presidente della corte Mario Bosio lesse la sentenza, contenente novantadue condanne e quaranta assoluzioni. La sentenza della sezione d'accusa e, successivamente, quella del tribunale, parlarono di reato di folla, probabilmente con l'obiettivo d'aggirare l'ostacolo del reato politico. Come afferma Paolo Pezzino, invece, il carattere organizzato dei fatti di Empoli è evidente. «Anche se talune circostanze dimostrano - ha detto - la partecipazione ai fatti di persone non politicizzate, ma comunque sempre in posizione defilata, tutti i protagonisti dei quali si trova menzione negli atti sapevano perfettamente per cosa agivano, sparavano bastonavano, uccidevano».

Busoni fu scarcerato dopo tre anni e mezzo alla fine del processo, conclusosi per lui con una condanna a sei anni e tre mesi diminuita da indulto. Successivamente fu sottoposto a due anni di vigilanza speciale di pubblica sicurezza.

Ma quali gli antefatti? E in Empoli, che aria tirava? Il 3 gennaio 1920 alcuni socialisti, fra i più duri e rivoluzionari, avevano costituito, presso la casa del popolo, la guardia rossa. I giovani della guardia rossa, nel clima infuocato del dopo scissione (Livorno 1921), erano passati in blocco nel partito comunista d'Italia, insieme ad alcuni anarchici. Durante i numerosi interrogatori seguiti ai fatti del 1921 Busoni dichiarò sempre - evidentemente mentendo - di non sapere se esistesse il corpo delle guardie rosse, ma ammise d'aver visto, dopo la vittoria alle elezioni amministrative, sventolare dal balcone del comune una bandiera rossa con la scritta “Corpo delle guardie rosse Empoli”.

Nel primo vero banco di prova della vita, il giovane Jaures si dimostrò dunque solidale con i compagni, anche con quelli che avevano lasciato da poco il partito. Ma a Empoli era apparsa subito chiara la divisione fra le forze politiche della sinistra, con l'autonomismo duro dell'ala rivoluzionaria e comunista all'interno del partito socialista, che aspirava a divenire in città, come poi puntualmente avvenne, maggioritaria. E Busoni aveva scelto la moderazione, era rimasto nel partito di Turati. Nel suo interrogatorio davanti al giudice sostenne d'aver sentito dire che i comunisti o anarchici empolesi, ma non i socialisti, avevano intenzione, per vendicare la morte di Lavagnini, di bruciare fattorie e ville.

Jaures ha sempre sostenuto poi la sua totale innocenza, raccontando a più riprese d'aver prestato aiuto ai militari aggrediti. Circostanza importante, fra quelle riferite, Busoni ha sempre affermato che la linea del suo partito era stata di far calmare gli animi, “non provocare e non accettare provocazioni”. “Gli animi - afferma in un memoriale - erano già molto eccitati (a Firenze il 27 febbraio era stato ucciso dai fascisti Spartaco Lavagnini, ndr) e il dovere di chi aveva senso di responsabilità e civismo era quello di cercare di calmare gli animi per vedere di evitare un conflitto che sarebbe stato dannoso e solo dannoso per tutti”. È probabile, però (ci sono numerose testimonianze), che l'atteggiamento del Busoni, durante i fatti sia mutato, dalla violenza iniziale, perpetrata anche con le armi nei confronti di quelli che erano ritenuti fascisti, alla successiva difesa dei malcapitati, dopo aver inteso che si trattava di marinai e carabinieri. In altre parole, sembra che Busoni, in un contesto in cui la mattanza andò avanti a lungo, abbia partecipato solo alla prima parte dello scontro armato. Sembra. E ormai era tardi.

Rimane anche il fatto che Busoni sia stato uno degli ispiratori - suo malgrado o meno - della “tesi della provocazione”, tesi frutto di una lettura parziale dei fatti, che ha avuto una grande fortuna nel dopoguerra ma che, giova ricordarlo, è ormai negata dalla maggioranza degli storici e confutata da diversi documenti. È accertato, ad esempio, che la partenza dei marinai dalla stazione di Sarzana, a causa dello sciopero ferroviario, non fu possibile e i marinai stessi, destinati a sostituire gli scioperanti a Firenze, dovettero rientrare alla Spezia. Soltanto in quel momento, e per quel motivo, fu disposto di farli proseguire via terra, prendendo contatto con la Regia Accademia Navale di Livorno. Sarebbe bastato questo, anni fa, a mettere in dubbio la tesi della provocazione.

Per tornare a Busoni, il 18 novembre 1926 fu nuovamente condannato e assegnato per cinque anni al confino nelle isole Tremiti e a Lipari, sottoposto poi al vincolo dell'ammonizione nel 1929, oltre a numerosi arresti e fermi di polizia. A Lipari, ritroverà un amico, l'empolese Paolo Caciagli.

La sua casa, la fabbrica e il negozio della famiglia saranno devastati dai fascisti a più riprese. Collaboratore di giornali e riviste di critica e cronaca letteraria, pubblicò tre libri di letteratura, ma gli furono precluse le collaborazioni con la stampa. Nel 1940, fu bandito da Firenze dalla Federazione fascista; nella lotta di Liberazione svolse ruoli attivi in formazioni partigiane sul Monte Giovi. Nel dopoguerra, diverrà segretario della federazione socialista fiorentina, consigliere comunale, provinciale e senatore nelle file del partito socialista, durante la seconda legislatura (dal 25 giugno 1953 all'11 giugno 1958) e nella terza legislatura (dal 12 giugno 1958 al 15 maggio 1963).

Dal 1967 presiederà il Movimento dei socialisti autonomi e soltanto nel 1972, in tarda età e a carriera politica ormai terminata, confluirà con essi nel Pci. La storia di Busoni è quella di un moderato: la storia - visto che il termine è tornato di moda - di un vero riformista.

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