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Gli epitaffi perfidi di Montanelli sui nomi eccellenti

 FUCECCHIO. Forse è il libro in cui Indro Montanelli mostra tutta la sua toscanità, di più: la sua fucecchiesità. Che è fatta d'ironia e cattiveria, fino a rasentare la perfidia. Parlo di "Ricordi sott'odio", uscito fresco fresco da Rizzoli, a cura di Marcello Staglieno. Sono epitaffi per cadaveri eccellenti, anche se, quando li scrisse, i più erano vivi e vegeti. Sono oltre novanta. Un paio soltanto editi. Il resto rigorosamente chiuso in un cassetto, destinato ai posteri. Epitaffi scritti ovunque si trovasse e su qualunque cosa, anche sui tovaglioli di carta dei ristoranti, in particolare del "Bagutta", a Milano, proprietaria la famiglia Pepoli, originaria di Galleno, parte Fucecchio, e locale in cui, nel gennaio 1927, nacque il primo premio letterario d'Italia.  Sono pochi quelli che si salvano dagli artigli di Montanelli. Che non ama le mezze misure, neanche con gli amici. Fu amico, a lungo, di Longanesi. Ma il suo epitaffio recita: «Qui/ giace/ per la pace di tutti/ Leo Longanesi/ uomo imparziale./ Odiò/ il prossimo suo/ come/ se stesso».  Di Alberto Moravia, non aveva una grande opinione: «Qui giace/ il più rappresentativo e completo/ di tutt'i personaggi di Moravia:/ Alberto».  Di Alida Valli, grande attrice, doveva sapeva morte e miracoli: «Qui/ per la prima volta/ Alida Valli/ giace/ sola».  Non si salvano i Calamandrei, Piero e Franco, padre e figlio: «Qui giace/ Piero Calamandrei/ nell'unico atteggiamento/ che non potrà/ più/ tradire./ Il figlio/ Franco/ soddisfatto pose».  Ma a Piero ne dedica un altro: «Qui/ non giace/ Piero Calamandrei/. Cercatelo/ nella tomba/ di sinistra».  Fanfani le prende di brutte: «Qui/ riposa/ Amintore Fanfani/ amico/ dei nemici/ nemico/ degli amici/ figlio/ di De Gasperi/ padre/ di nessuno».  Il popolare Fortebraccio, autore di una rubrica molto seguita, a suo tempo, sul quotidiano L'Unità, al secolo era Mario Melloni, con un passato nella Dc, di cui aveva diretto anche l'organo ufficiale, "Il Popolo". Montanelli non se lo fa scappare: «Qui/ riposa/ Mario Melloni/ inquieto/ transfugo/ di se stesso/ momentaneamente/ scomparso/ a sinistra/ in cerca/ di una croce/ su cui/ inchiodarsi».  Non risparmia se stesso e la sua donna, Colette Rosselli. Di sé, dice: «Qui/ riposa/ Indro Montanelli/ genio compreso,/ spiegava agli altri/ ciò/ ch'egli stesso/ non capiva». E di Colette: «Qui/ riposa/ Colette Rosselli/ tardiva/ eroina/ d'un melodramma/ di cui/ portò il lutto/ con grazia/ divina».  Non sono che esempi. Staglieno scrive, in prefazione, che Montanelli, con gli epitaffi, aveva dato il via a un nuovo genere letterario, sia pure minore. E aggiunge che il giornalista aveva inventato anche un altro genere letterario. Afferma: «Elegante e provocatorio, abituato a delineare fatti e personaggi con stringente e ironica evidenza nella breve perfezione di un articolo o nella più distesa chiarezza di divulgatore storico, in quegli anni Cinquanta già aveva compiutamente maturato l'originalità ricca di smalti e di polemici contrappunti che tutti continuiamo a riconoscergli. Infatti con i "Libelli" ("Mio marito, Carlo Marx", "Il buonuomo Mussolini" e "Addio, Wanda!"), grazie a moduli personalissimi aveva stravolto i cànoni presenti sia nella poesia satirica (da Marziale a Giovenale sino a Cecco Angiolieri, Giuseppe Giusti, Maccari e Malaparte) sia nella stessa pamphlettistica tradizionale d'un Paul-Louis Courier proprio per aver saputo delineare negli "Incontri" - intrapresi sul "Corriere della Sera" nel 1949 su suggerimento, e chi non lo sa, di don Gaetano Afeltra - ogni personaggio, cogliendone un tic caratteriale o di comportamento per metterlo sagacemente alla berlina». R.C.    ACCUSE AL VETRIOLO Malaparte, nemico giurato  Curzio Malaparte, un nemico giurato Curzio Malaparte e Indro Montanelli non si filavano. Il pratese accusava Montanelli di «neghittosa pigrizia», dal momento che dava appuntamento a tavola a quelli che poi infilzava negli "Incontri".  Montanelli ribatteva: «Nel '44 tu scrivevi "Kaput" ben comodo nella tua bella villa a Capri sorseggiando in un calice di cristallo
un buon bianco d'Ischia», e che, la steppa, l'aveva vista soltanto al cine. Quasi in punto di morte, Malaparte disse: «Prima di me deve morire Montanelli». E il fucecchiese, spietato: «Qui/ Curzio Malaparte/ ha finalmente/ cessato/ di piangersi/ di compiangersi/ e di rimpiangersi./ Imitatelo/».

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