Pratesi e cinesi a cena insieme
ma l'ambasciatore attacca
Alla cena pare di essere alla firma di un armistizio. Poche ore dopo, alle prime luci dell'alba scatta un maxi controllo delle aziende orientali. L'ambasciatore: la polizia deve trattare tutti gli immigrati allo stesso modo. E il sindaco alza i toni: «Controllino gli schiavi nelle loro fabbriche»
di Ilenia Reali
PRATO. Club house del Golf Club Le Pavoniere,
Prato. I calici sono alzati su un lungo tavolo con 40 ospiti, si
brinda all'inizio dei rapporti di collaborazione tra la comunità
cinese e i rappresentanti delle istituzioni pratesi. Pare quasi di
essere alla firma di un armistizio. Poche ore dopo, sono le prime
luci dell'alba, nelle aree industriali che circondano la città,
comincia un maxi controllo delle aziende orientali, saranno
arrestati due imprenditori cinesi. Due facce di una stessa
medaglia: il governo dei rapporti con la comunità cinese a Prato.
Amici, nemici.
Qual è la linea di equilibrio tra l'esigenza di far
rispettare le regole e quella di cominciare a percorrere la strada
verso l'integrazione? E' questa la domanda a cui, nella città più
"asiatica" d'Europa, si cerca di dare una risposta. La coperta è
corta. Da una parte si invoca l'esigenza di continuare con i
controlli, e ce ne sono quasi ogni giorno, e di riconquistare la
legalità in un distretto parallelo dove per tenere i prezzi bassi
non ci si esime dall'utilizzare manodopera clandestina, dall'altra
è necessario cominciare a parlarsi con l'obiettivo di cucire i due
distretti della moda, quello tessile tipicamente pratese e quello
dell'abbigliamento in mano ai cinesi.
A Prato si cerca di dare un colpo al cerchio e uno alla botte ma
si susseguono momenti di attrito e incidenti diplomatici. Ieri ad
alzare la voce è stato l'ambasciatore della Cina a Roma, Sun Yuxi,
che ha sottolineato come possano esistere episodi «isolati» di
violazione della legge ma che serve «uguaglianza per tutte le
comunità di immigrati» ribadendo che «le forze dell'ordine italiane
devono regolare i loro standard per le procedure di controllo su
una base di uguaglianza». L'ambasciatore ha parlato proprio
commentando un maxicontrollo da parte dei carabinieri di Prato,
sugli opifici gestiti da cinesi, nel quale - ha sottolineato -
«sono stati usati più di cento uomini, elicotteri e cani». Due
settimane fa il console Gu Honglin aveva parlato addirittura di
«metodi nazisti».
Pronta la replica del sindaco di centrodestra, l'imprenditore
Roberto Cenni - alla cena rappresentato dall'assessore Giorgio
Silli - che si «meraviglia» di come «l'ambasciatore non difenda i
suoi concittadini trattati come schiavi nelle aziende controllate
dalle forze dell'ordine». «Posso assicurare all'ambasciatore Sun
Yuxi - ha ribattuto negando la presenza sia di 100 militari e sia
dei cani - che noi non chiediamo ai cinesi niente di più di quello
che chiediamo agli italiani e ai cittadini di altri paesi. Noi
siamo i primi a rispettare le leggi e vogliamo che gli altri
facciano lo stesso».
Poche ore sono sufficienti a cambiare il clima in un
percorso di integrazione che si annuncia in salita. I protagonisti
della cena alle Pavoniere, cinesi da una parte del tavolo e pratesi
dall'altra, però sembrano non mollare. Il presidente della
Provincia Lamberto Gestri annuncia che la prossima settimana sarà
convocata la prima riunione con un gruppo di rappresentanti della
comunità cinese per trovare punti di incontro su economia e cultura
pur ribadendo «l'esigenza che i controlli ci siano». Giulini, Xu
Qiu Lin, imprenditore simbolo dei cinesi di Prato e organizzatore
della cena, è più o meno sulla stessa linea pur ribadendo che «se
vogliamo essere una famiglia non possiamo farci la guerra». Le
parole, di qua e di là, a Prato sono le stesse: cambiano gli
accenti. Ma in questo "confronto" gli accenti, proprio come nella
lingua italiana possono fare la differenza. Allontanano o
avvicinano le parti.
Alla fine, a decidere se la conciliazione ci sarà o meno saranno
gli interessi economici. Il nodo è far comprare ai cinesi i tessuti
pratesi. Un obiettivo a cui si arriverà se gli imprenditori
orientali alzeranno la qualità dei loro abiti. La disponibilità
l'hanno data. Pare convenga anche a loro. Ora c'è da vedere se la
coperta si allunga e copre tutti. I pratesi cominciarono a fare il
tessile producendo coperte per i militari. Forse è un segno.
(06 febbraio 2010)