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"Il lungo inganno" - capitolo I

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LUCA GALLI


Settembre 2008

Sto in piedi in mezzo alla strada e guardo la finestra. Le macchine mi passano davanti al naso. Qualcuno mi grida insulti muti, dietro ai finestrini. Mi domando - come ormai faccio da parecchi giorni - cosa c'entra il passato con la mia cazzo di vita.

La roba vecchia non mi è mai interessata: tiro a campare. Non me ne frega nulla delle storie che raccontano i decrepiti ruvidi e catarrosi, seduti ad aspettare la morte ai tavolini dei bar. Politica, guerre, sindacati... E poi le faccende preistoriche del Fascismo, della Resistenza. È come quando alla televisione passano quei filmati in bianco e nero, un po' rigati, coi nomi che ho sentito pronunciare da ragazzino, ma che non mi hanno mai detto niente. Oppure come i vecchissimi film, in bianco e nero anche loro, con le voci degli attori che gracchiano. Cambio subito canale. Io la mia guerra la combatto ogni mese con la padrona di casa e con quel fetente che mi passa uno stipendio da fame e non mi ha mai messo in regola.

Eppure il passato mi alita dietro, in questa storia. Lo ha fatto fin dal primo momento. E mi è toccato venirci a patti, malgrado il senso di nausea che mi trasmette.

Le macchine mi passano quasi sui piedi e suonano il clacson, ma io sto lì, per provocazione, per dispetto, per rabbia verso tutto e tutti, e continuo a guardare la finestra.

La camera deve essere per forza quella. Mi hanno detto che è all'ultimo piano, con vista sulla pineta. So anche che il vecchio non alza quasi mai la testa dal guanciale, se qualcuno non lo aiuta. Forse vede un po' d'azzurro e di sole: meglio di quello che tocca a me, in un buco puzzolente di un piano terra di periferia. Ma d'altra parte lui è a letto paralizzato, e io no.

Torno all'automobile e la chiudo bene. Non ha antifurto, ma non c'è nulla da rubare, nemmeno l'autoradio. Passo il dito sull'incrinatura del parabrezza: un danno troppo grosso perché il carrozziere me lo aggiusti a credito.


Fa caldo e ho una gran voglia di una birra gelata. Mi accendo una sigaretta e me la fumo con gusto e disperazione, dando un'occhiata intorno.

La villa è un grosso parallelepipedo bianco e grigio. Qua e là, sulla facciata, ci sono delle decorazioni liberty. Le piante che si intravedono nel giardino sono rigogliose e ben tenute: un paio di palme, una grande magnolia, qualche oleandro in fiore e cespugli di rose. In un'altra vita farei volentieri il giardiniere, le piante mi piacciono e mi fanno sentire in pace con il mondo. Le abitazioni vicine, come quasi tutte quelle lungo la strada, sono state costruite pressoché nel medesimo stile. Molte sono di grandi dimensioni, signorili. Qualcuno ha avuto la bella idea di trasformarne una in un ospizio.

- Ce l'avrà sulla sinistra - mi ha detto ieri l'infermiere, al telefono. - È a un centinaio di metri dal vecchio ospedale. Vada sempre dritto, costeggiando la pineta di ponente. Non può sbagliare...

Gli ho raccontato che sono un parente alla lontana del vecchio, tornato in Italia dopo tanti anni, che ho necessità di ripartire subito e mi manca il tempo per chiedere i permessi necessari. Un mucchio di stronzate. Lui le ha bevute e non ha fatto storie.

- Avvertirò i miei colleghi...

Bene. Oltre quel cancello, dentro quelle mura, c'è la mia unica speranza di togliermi dai guai. Coi soldi che mi restano, tirando la cinghia, posso arrivare al massimo alla fine di ottobre. Dopodiché... Be', questa prospettiva non mi piace affatto, ma non ho nemmeno voglia di sbattermi: l'abitudine a sopravvivere è una forza d'inerzia spaventosa, e il solo pensiero di dovermi trovare un lavoro più redditizio mi fa infiammare le emorroidi. Ci si abitua perfino alla miseria; dopo un po' diventa difficile anche solo fare lo sforzo di alzare le chiappe per cercare qualcosa di meglio. Mi faccio schifo da solo, figuriamoci agli altri. Quel che mi costringe a muovere il culo è un problema di diversa natura. Ha un nome e un cognome, ma in un certo ambiente tutti lo conoscono come Tre Dita.
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