I CARRI DI VIAREGGIO
Il Carnevale proibito
Dal fascismo a Chirac cent’anni di censure
di Simone Pierotti
1992 "Lacime di Coccodrillo" di Roberto Alessandrini
A Carnevale ogni scherzo vale. Non sempre, però. Non a Viareggio,
almeno. La bocciatura dei bozzetti presentati per la prossima
edizione dalla coppia Gilbert Lebigre-Corinne Roger (sugli
esponenti
della Lega) e da Enrico Vannucci (sul caso
"Papi"
e veline) è solo l’ultimo episodio, in ordine di tempo, del
convulso rapporto tra satira politica e censura nella storia del
Carnevale nostrano. Perché, se da una parte vi furono, fin da
subito, tentativi di mettere alla berlina il potere, sul versante
opposto una nutrita schiera di bersagliati provò a limitare questi
sberleffi, lasciando cadere la mano pesante della censura. E così è
stato negli oltre 130 anni di questa manifestazione.
* * *
Episodi di satira. Primi episodi di satira (e
censura). Appena nato, eppure già contestatore e dissacrante: è il
1874 e a Viareggio, in seguito all’incoraggiante esordio di un anno
prima, è nuovamente Carnevale. A margine della parata di carrozze
fiorite, lungo via Regia, viene organizzato un concorso a premi per
maschere, con tanto di giuria: ad ottenere il massimo consenso è il
travestimento alquanto bizzarro di un uomo che, attraverso una
serie di giochi di parole, si prende beffe di tal Alfonso Piatti,
agente delle tasse di Camaiore, dandogli del matto. Il diretto
interessato, non gradendo la satira, porta a conoscenza del fatto
il Prefetto di Lucca che, dal canto suo, invia una lettera al
sindaco di Viareggio, chiedendo chiarimenti e minacciando di
sporgere denuncia all’autorità giudiziaria. Il sindaco sbroglia la
vicenda, etichettando le lamentele del Piatti come una mania di
persecuzione, frutto insomma di una personale interpretazione della
maschera vincitrice del primo premio.
L’anno successivo è l’amministrazione comunale a finire nel mirino
della satira: la notte del 7 febbraio fa irruzione al Teatro Pacini
un gruppo di sei viareggini, i cui volti sono resi irriconoscibili
da maschere con sembianze animali e vegetali, che polemizzano nei
confronti della giunta (testa di zucca per il sindaco, testa d’a
sino per l’assessore alla pubblica istruzione...). Gli autori della
trovata vengono identificati dalle autorità comunali e, secondo
alcune fonti, denunciati per vilipendio alle istituzioni. Sul
finire del secolo (1899) la satira politica sale, intanto, a bordo
dei carri allegorici, introdotti qualche anno prima: «L’alleanza
italo-francese» vince le 40 lire di primo premio.
* * *
Il ventennio fascista. Dopo la luttuosa parentesi
bellica e la ripresa nel 1920 (ma senza carri allegorici), il
Carnevale viareggino riparte nel segno di alcune novità, tra cui il
primo manifesto ufficiale, la nascita della rivista ufficiale ed
anche la prima canzone ufficiale. Una di queste, «Maschereide» del
1922, suscita polemiche per il suo testo: è una canzone impegnata,
che inneggia alla gioia, ma allo stesso tempo condanna quanti
disprezzano l’uso della maschera. Quasi ad anticipare eventuali
ripercussioni personali, l’autore Icilio Sadun ne elabora una
versione più disimpegnata ed annacquata, dal titolo «Beoneide»,
destinata però a poco successo. Quanto ai carri, fare satira
politica è pressoché impossibile: i bozzetti sono sottoposti all’a
pprovazione di un’apposita commissione giudicante e delle autorità
di pubblica sicurezza. «La satira al regime? Dio ne scampi, c’era
da farsi ammazzare», dichiarerà in seguito il carrista Tono D’A
rliano. Un celebre episodio di censura si verifica nel 1939 ed ha
come protagonista un giovanissimo Arnaldo Galli: il futuro decano
dei maghi della cartapesta si cimenta nella realizzazione di un
carro lillipuziano ispirato al film «Un giorno alle corse» dei
fratelli Marx. Un gerarca fascista gli impone di bruciarlo, poiché
celebrava un’opera di attori con origini ebree (in Italia, nel
frattempo, erano state introdotte le leggi razziali). Una
curiosità: è in questi anni che si decide di recintare i viali a
mare dove sfilano i carri, introducendo l’ingresso a
pagamento.
* * *
Anni ’60. E’ il boom della satira politica.
Esauritasi un’altra tragica esperienza, i festeggiamenti riprendono
nel 1946: il rinato Comitato Carnevale non impone limiti ai
carristi sui temi da affrontare, ad esclusione di quelli a
carattere religioso, politico e militare. Prevale, dunque, la
voglia di tornare a ridere e scherzare gioiosamente, senza prendere
di mira i potenti di turno. Il Carnevale cade così in quello che
viene definito una sorta di «qualunquismo allegorico»: con gli anni
Sessanta però, oltre al boom economico, a Viareggio giunge anche
quello della satira. Nel 1961 la Rai, che proprio sui viali a mare
aveva effettuato la sua prima diretta tv esterna, riserva riprese e
commenti sbrigativi ad alcune costruzioni ritenute politicamente
scomode: la più danneggiata è «Mercato comune» di Arnaldo Galli,
complesso mascherato che vince, comunque, il primo premio.