Due doni: vista e libertà
Sono stati migliaia gli interventi agli occhi dei medici volontari
di dal nostro inviato Antonio Valentini
GAO (Mali). Sette ore dura il viaggio da Roma al
Mali. E sette ore bastano perché la carlinga dell'aereo militare
diventi una macchina del tempo. Quando sali a Pratica di Mare sei
nel XXI secolo, era luminosa e tecnologica. Appena tocchi il suolo
di Gao, dove il Niger divide il deserto e segna un'ansa, è come se
il nastro degli anni si fosse riavvolto. Nulla rivela progresso e
modernità. Non c'è traccia di aerostazione, la recinzione è una
rete metallica che a un certo punto d'interrompe, la pista è in
terra battuta.
Stride col paesaggio la sagoma affusolata del C27j, fatto
per volare alto e atterrare nel deserto. Stride anche con i
bambini, sotto il sole a picco in attesa di caramelle. Sono bambini
guida, che nascono con il destino segnato: i loro nonni soffrono di
cataratta, di una forma gravissima, spesso congenita. Una barriera
che s'inspessisce con gli anni; prima avvolge tutto in un mondo di
nebbia, poi provoca l'oscurità più totale. Per questo la missione
italiana si chiama "Ridare la luce": un semplice intervento
chirurgico, venti minuti in tutto, in pochi anni ha restituito la
vista a 3600 abitanti del Mali, uno tra i paesi più poveri
dell'Africa.
La missione, a più riprese, ha consentito di liberare centinaia di
bambini guida, riscattandoli dalla schiavitù della tradizione
domestica che li vuole solo angeli custodi dei nonni, senza poter
aspirare a un destino diverso da quello dei propri progenitori. I
medici italiani lavorano senza sosta. Stanno in sala operatoria
14-15 ore al giorno, circondati dalla gratitudine di chi percorre
fino a 400 chilometri per riavere la luce, grandi e piccoli delle
tante tribù touareg del nord. I vecchi, che arrivano barcollanti,
valgono più dei bambini: sono saggezza, esperienza e conoscenza. E
nel Mali, dove la speranza di vita va poco oltre i 45 anni e la
sopravvivenza è lotta quotidiana, sono qualità indispensabili. I
bambini al loro seguito, per lo più nipoti, sciamano attorno
all'ospedale e vengono affidati alla sorveglianza delle guardie.
Questa straordinaria missione umanitaria, che durerà fino al 10
dicembre, è resa possibile da una sinergia. Aeronautica Militare e
Alenia Aeronautica, Associazione Fatebenefratelli per malati
lontani e Istituto superiore di sanità, ministero degli esteri ed
Esercito italiano si sono uniti sopra al denominatore comune di
curare gli anziani per restituire la vita ai bambini. Anche i
volontari partecipano: il cuoco della base veste abiti militari
senza mostrine e stellette e ci tiene a precisare che lui è un
civile. Ogni sera scodella una quindicina di chili di pasta per
medici, infermieri e aviatori del campo italiano, insediato nel
"residence" Tizi Mizi. Civili sono anche i due non vedenti che da
tre anni sbarcano in Africa per addestrare chi resterà al buio per
sempre ad arrangiarsi da solo con il bastoncino. La prima cosa che
hanno insegnato ai ciechi di Gao, è non cadere nei canali fognari a
cielo aperto, che trovi ovunque assieme ai rifiuti.
La missione "Ridare la luce", coordinata dal generale medico
dell'Aeronautica Ottavio Sarlo, è giunta quasi a metà percorso.
Stavolta gli italiani vogliono fare di più e doneranno all'ospedale
di Gao attrezzature mediche per la chirurgia endoscopica digestiva
e per il laboratorio analisi. I medici del luogo stanno già
frequentando corsi speciali, tra cui uno di rianimazione
cardio-polmonare e un altro sull'utilizzo di nuovi strumenti
laparoscopici. Da gennaio inizierà la costruzione del nuovo reparto
di oftalmologia attiguo all'ospedale, sotto la supervisione
dell'Istituto superiore di Sanità. Costerà un milione e 600mila
euro e in due anni sarà concluso.
Fino a che gli italiani rimarranno a Gao, la polizia locale
resterà in stato d'allerta. I convogli sono sempre scortati da
guardie armate e l'unico albergo della città è presidiato da
poliziotti pronti a sparare. Giorni fa, più a nord, è stato rapito
un giornalista francese. Ieri analoga sorte per un gruppo di
volontari spagnoli. C'è tensione e le autorità non vogliono correre
rischi: chi è arrivato per motivi umanitari va protetto. Quando si
fa buio, per gli stranieri la città diventa un tabù. Tutto tace
dalle 10 di sera in poi, col silenzio rotto solo dai latrati dei
cani e dai ragli degli asini.
(03 dicembre 2009)