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venerdì 19.03.2010 ore 19.46
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L'INCHIESTA/ I SINDACI PADRONI

Stop al valzer dei politici trombati

L’economista Petretto: manager improvvisati, hanno danneggiato le aziende
di Mario Lancisi
FIRENZE. «In Toscana la liberalizzazione delle società pubbliche è andato troppo a rilento. La responsabilità maggiore è della politica. Troppo spesso sono state utilizzate le partecipate per riciclare come manager politici trombati o pensionati. La rendita politica e la ricerca del consenso ha finito spesso per tarpare le ali alle aziende pubbliche ».

Il j’accuse porta la firma di Alessandro Petretto, docente di economia pubblica all’università di Firenze, consulente del sindaco fiorentino Matteo Renzi ed ex direttore dell’Irpet. Professore, partiamo dal 1990 quando iniziò in Italia il processo di trasformazione delle municipalizzate in spa. Quale ripercussione ha avuto per le società dei servizi pubblici? «Ha avvicinato molte aziende, in particolare del centro nord, ad una struttura societaria e organizzativa più confacente alla destinazione industriale delle attività coinvolte ».

Il processo di liberalizzazione è avvenuto per intero o solo in parte?
«C’è da premettere che la liberalizzazione di questi settori non è in contraddizione con gli obiettivi sociali che con questi si perseguono. Questi dipendono dal livello delle tariffe, dalla qualità delle prestazioni e dalla riduzione delle esternalità negative (ad esempio inquinamento) e non da altro. Il processo di liberalizzazione è avvenuto solo in parte e in modo differenziato per settore. Più avanti il processo nel gas e elettricità, più indietro il processo nei rifiuti, nel trasporti pubblici e nel servizio idrico».

Perché questo ritardo?
«In questi settori è stata anche più lenta l’acquisizione della consapevolezza che si trattasse di strutture industriali a tutti gli effetti. Per molto tempo si è pensato che la gestione di un servizio come la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti fosse assimilabile agli asili o all’assistenza degli anziani».


Una bestemmia...
«Diciamo che si tratta del riflesso di una certa ideologia socialista per cui l’acqua deve essere gratuita, i trasporti idem, gli asili anche. Purtroppo non è possibile. E allora i servizi pubblici vanno pagati. Mentre i settori del welfare sono a scarsa tecnologia, hanno un alto lavoro e scarso capitale ».

Quali sono gli aspetti critici di come è avvenuto il processo in Toscana?
«Le imprese toscane sono mediamente piccole come bacino di utenza, con economie di scala non sfruttate. Inoltre, la soluzione multiutility non è stata neppure sperimentata, per cui anche le economie di varietà non sono sfruttate. Basti dire che in Francia le multiutility coprono milioni di consumatori, mentre in Toscana - penso ai gestori dell’acqua - da 200 ai 300mila abitanti. Inoltre la struttura societaria a carattere misto pubblico/privato che prevale in Toscana lascia abbastanza imprecisato quale sia il ruolo del management nel definire le strategie di fondo. La prevalenza della proprietà pubblica ha imposto manager di provenienza politica che hanno finito però per essere in qualche modo subordinati al management privato più esperto e avveduto e meno “distratto”» .

La soluzione migliore per lei quale è?
«E’ quella in cui il livello di contendibilità dell’impresa è alto. Si guardi al nord dove ci sono aziende pubbliche quotate in Borsa. Non importa se un’azienda è pubblica o privata, ma se è quotata. Perché se lo è si può stare sicuri che i suoi manager non saranno scelti con criteri professionali e non politici».

Boccia i politici manager.
«Nessun pregiudizio. Ci sono politici che si sono rivelati dei buoni manager. Ma l’idea di utilizzare le società pubbliche per piazzare politici non più impegnati nelle istituzioni è dannosa per le imprese».

I cittadini si lamentano per i costi alti dei servizi erogati (acqua, gas, rifiuti). Hanno ragione? E perché il caro-tariffe?
«Qui c’è un equivoco di fondo. In passato con il modello antico le tariffe erano sganciate dai costi di produzione e si formavano deficit che venivano sanati dalla mano pubblica e quindi dalla fiscalità o dal debito pubblico. I cittadini non si accorgevano esplicitamente del costo di opportunità di tariffe tenute artificiosamente basse per acquisire consenso. Ora le tariffe riflettono i costi e sono, almeno nella fase iniziale dei processi di liberalizzazione, più alte che in passato. Da tempo però la curva dei numeri indice delle tariffe sta flettendo e in alcuni settori, quelli più liberalizzati, si assiste a riduzioni anche consistenti».
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