L'INCHIESTA/ I SINDACI PADRONI
Stop al valzer dei politici trombati
L’economista Petretto: manager improvvisati, hanno danneggiato le aziende
di Mario Lancisi
FIRENZE. «In Toscana la liberalizzazione delle
società pubbliche è andato troppo a rilento. La responsabilità
maggiore è della politica. Troppo spesso sono state utilizzate le
partecipate per riciclare come manager politici trombati o
pensionati. La rendita politica e la ricerca del consenso ha finito
spesso per tarpare le ali alle aziende pubbliche ».
Il j’accuse porta la firma di Alessandro Petretto, docente di
economia pubblica all’università di Firenze, consulente del sindaco
fiorentino Matteo Renzi ed ex direttore dell’Irpet. Professore,
partiamo dal 1990 quando iniziò in Italia il processo di
trasformazione delle municipalizzate in spa. Quale ripercussione ha
avuto per le società dei servizi pubblici? «Ha avvicinato molte
aziende, in particolare del centro nord, ad una struttura
societaria e organizzativa più confacente alla destinazione
industriale delle attività coinvolte ».
Il processo di liberalizzazione è avvenuto per intero o
solo in parte?
«C’è da premettere che la liberalizzazione di questi settori non è
in contraddizione con gli obiettivi sociali che con questi si
perseguono. Questi dipendono dal livello delle tariffe, dalla
qualità delle prestazioni e dalla riduzione delle esternalità
negative (ad esempio inquinamento) e non da altro. Il processo di
liberalizzazione è avvenuto solo in parte e in modo differenziato
per settore. Più avanti il processo nel gas e elettricità, più
indietro il processo nei rifiuti, nel trasporti pubblici e nel
servizio idrico».
Perché questo ritardo?
«In questi settori è stata anche più lenta l’acquisizione della
consapevolezza che si trattasse di strutture industriali a tutti
gli effetti. Per molto tempo si è pensato che la gestione di un
servizio come la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti fosse
assimilabile agli asili o all’assistenza degli anziani».
Una bestemmia...
«Diciamo che si tratta del riflesso di una certa ideologia
socialista per cui l’acqua deve essere gratuita, i trasporti idem,
gli asili anche. Purtroppo non è possibile. E allora i servizi
pubblici vanno pagati. Mentre i settori del welfare sono a scarsa
tecnologia, hanno un alto lavoro e scarso capitale ».
Quali sono gli aspetti critici di come è avvenuto il
processo in Toscana?
«Le imprese toscane sono mediamente piccole come bacino di utenza,
con economie di scala non sfruttate. Inoltre, la soluzione
multiutility non è stata neppure sperimentata, per cui anche le
economie di varietà non sono sfruttate. Basti dire che in Francia
le multiutility coprono milioni di consumatori, mentre in Toscana -
penso ai gestori dell’acqua - da 200 ai 300mila abitanti. Inoltre
la struttura societaria a carattere misto pubblico/privato che
prevale in Toscana lascia abbastanza imprecisato quale sia il ruolo
del management nel definire le strategie di fondo. La prevalenza
della proprietà pubblica ha imposto manager di provenienza politica
che hanno finito però per essere in qualche modo subordinati al
management privato più esperto e avveduto e meno “distratto”»
.
La soluzione migliore per lei quale è?
«E’ quella in cui il livello di contendibilità dell’impresa è
alto. Si guardi al nord dove ci sono aziende pubbliche quotate in
Borsa. Non importa se un’azienda è pubblica o privata, ma se è
quotata. Perché se lo è si può stare sicuri che i suoi manager non
saranno scelti con criteri professionali e non politici».
Boccia i politici manager.
«Nessun pregiudizio. Ci sono politici che si sono rivelati dei
buoni manager. Ma l’idea di utilizzare le società pubbliche per
piazzare politici non più impegnati nelle istituzioni è dannosa per
le imprese».
I cittadini si lamentano per i costi alti dei servizi
erogati (acqua, gas, rifiuti). Hanno ragione? E perché il
caro-tariffe?
«Qui c’è un equivoco di fondo. In passato con il modello antico le
tariffe erano sganciate dai costi di produzione e si formavano
deficit che venivano sanati dalla mano pubblica e quindi dalla
fiscalità o dal debito pubblico. I cittadini non si accorgevano
esplicitamente del costo di opportunità di tariffe tenute
artificiosamente basse per acquisire consenso. Ora le tariffe
riflettono i costi e sono, almeno nella fase iniziale dei processi
di liberalizzazione, più alte che in passato. Da tempo però la
curva dei numeri indice delle tariffe sta flettendo e in alcuni
settori, quelli più liberalizzati, si assiste a riduzioni anche
consistenti».