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Settant’anni da prete don Reno: «Il mio Dio l’ho trovato in corsia»

Cecina, dal 2000 è alla testa del Comitato per la difesa dell’ospedale. l 17 giugno in Duomo la messa per il 70º del suo sacerdozio

CECINA. «Continuo a servire in parrocchia, finché i superiori si fidano e il Signore non mi chiama per il “colloquio” strettamente personale». Tra la fluente barba bianca si affaccia un sorriso. Don Reno Pisaneschi, 94 anni compiuti il 19 marzo, è uomo di chiesa e di piazza. Nel 2000 si è messo alla testa del comitato per la difesa dell’ospedale di Cecina e da allora chi parla di sanità in Bassa Val di Cecina non può fare a meno di confrontarsi con lui. Un testimone, ma anche una bandiera che in molti, senza successo, negli anni hanno provato a portare dalla propria parte. Il 17 giugno Cecina si stringerà attorno a don Reno per il suo 70º di sacerdozio. Ricorrenza religiosa a cui guarda anche chi non ha fede e si è trovato a incrociarne il cammino. Da sessant’anni il sacerdote svolge il suo ministero in città.

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Ordinato sacerdote il 27 giugno 1948 la data che segna il suo legame con Cecina è il 10 maggio 1958. «Vengo nominato vicario parrocchiale della Parrocchia dei Santi Giuseppe e Leopoldo e cappellano dell’ospedale per 33 anni – dice don Reno –. Contemporaneamente ho svolto anche l’incarico di insegnante di religione nel locale Istituto Magistrale, per 30 anni». L’ospedale ha segnato la vita del sacerdote. «È stato per me il luogo dove ho trovato il mio Dio in carne e ossa. In corsia ho visto l’inferno. Ho retto le gambe di amici mentre stavano per essere amputate. Con i malati ci parlavo a lungo. Gli portavo via la padella, gli rifacevo il letto. Mi comportavo da fratello. Poi, solo dopo averli aiutati, se lo desideravano, parlavo loro di Dio».

C’è un altro impegno che per anni lo ha visto in prima fila. Finché il suo fisico che definisce «un sacco rotto e sfondato da tempo» glielo ha consentito. «Dall’ottobre 1984 fino a oggi ho condotto la Casa accoglienza parrocchiale nel vicolo San Giuseppe. Adesso, a motivo delle forze che mancano e di problemi familiari, non riesco più a seguirne l’attività, sempre per l’assistenza ai più poveri. Gli amici, tutt’ora in funzione, continuano a essere operatori encomiabili e sempre pronti a dare un sollievo ai bisognosi nello stile del vangelo».

Ogni volta che porta la sua voce in assemblee e incontri pubblici sulla sanità non manca di fare un inciso: «Sono alla fine della mia vita, ma fino all’ultimo respiro difenderò il diritto dei miei concittadini ad avere servizi sanitari da paese civile». Nonostante non faccia mistero del suo anticomunismo e delle sue simpatie politiche a destra si smarca «per me non conta la politica, il partito, ma l’uomo. E io sono diventato prete per aiutare l’uomo a essere più uomo». E conclude: «Da diciotto anni, unito a un gruppo di volontari, lottiamo in difesa della sanità pubblica, sostenendo a spada tratta il nostro ospedale sempre bistrattato dai responsabili della Regione e della Azienda sanitaria Nord ovest. Ma anche per questa attività sto raschiando il fondo della pentola».
 

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