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Il mistero della fornace di anfore e del maestro ceramista greco

Al Galafone, durante i lavori sul Fine, viene alla luce una fabbrica dell'epoca romana con decine di vinarie con uno strano bollo

ROSIGNANO. Ora c’è da capire se questo Xenon, probabilmente uno schiavo greco maestro ceramista, fosse realmente un nome, una “griffe” – passateci il termine - , nel mondo della produzione di anfore vinarie del periodo dell’età imperiale dell’antica Roma. Perché Xenon, in greco “straniero”, è il timbro ritrovato su molti cocci di significativo valore archeologico recuperati in località Galafone, dove si trovano i parcheggi per le Spiagge Bianche, nel corso dei lavori eseguiti da Comune e Rfi per la regimazione idraulica del fiume Fine.


Una movimentazione di terra, a seguito di escavi, che ha consentito di far emergere in tutta chiarezza quello che altro non è che lo scarico di una fornace romana, esistente e produttiva sul territorio, in quel villaggio ormai riconosciuto come “Vada Volaterrana” dove l’insediamento vadese era un noto porto da cui partivano merci prodotte in zona, a Volterra e in Val di Cecina nel periodo etrusco e romano.
Per la dottoressa Edina Regoli, direttrice del Museo Archeologico di Rosignano e profonda conoscitrice della storia antica del territorio, si tratta di una “importante scoperta archeologica”, anche se in parte “attesa” visto – come spiega la stessa – “sapevano dell’esistenza di una fornace in quest’area e sappiamo anche dove si trova”. Quel che è venuto alla luce durante i lavori di messa in sicurezza del Fine – condotti sempre sotto l’occhio vigile della Sovrintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Pisa – è piuttosto “lo scarico” della fornace, il luogo dove finivano pezzi che non alimentavano il mercato (scarti di fornace).


Non è un caso che, insieme alle anfore vinarie (modello Dressel 2/4) per trasportare il vino – siano stati recuperati anche laterizi, mattoni, coppi, tegole e condutture – in tutto 60 cassette “da frutta” – che testimoniano come quest’area del Galafone, anche nel periodo Augusteo e successivo, fosse estremamente produttiva. E la vicinanza della foce del Fine, prezioso approdo di navi da caricare per destinazioni ancora sconosciute.
Dai bolli rinvenuti sul collo delle anfore – col marchio “straniero” – si potrà risalire al proprietario o al gestore della fornace e attraverso l’analisi delle argille e lo studio dei bolli sarà possibile riconoscere il bacino di esportazione del vino del territorio. «E’ nostra intenzione - dice Regoli – una volta che i reperti saranno restaurati – allestire una mostra dedicata a questo ritrovamento». Anfore e pezzi che andranno ad arricchire la collezione di Palazzo Bombardieri.


Ma oltre alla derivazione della fornace gli scavi hanno consentito di far emergere anche un insediamento protostorico, risalente al X e IX a.C, “gemello” di quello esistente e già emerso nell’area, di una popolazione dedita alla produzione di sale per l’essiccamento.
Il bacino del Fine, anche in questo caso, si era rivelato particolarmente strategico.
La mostra si farà probabilmente dopo metà luglio quando i reperti torneranno dall’opera di restauro affidata dal Comune di Rosignano a professionisti

della ditta Minus di Roma. E in occasione della riapertura della campagna di scavi a San Gaetano condotta sotto l’egida della Sovrintendenza di Pisa e del Comune di Rosignano con l’ausilio della coop Archeodata. In attesa che parta la “caccia” vera e propria ai tesori della fornace romana

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