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Danno ambientale a Poggio Gagliardo

L’ipotesi è alla base di un’indagine della Procura di Livorno

MONTESCUDAIO. Disastro ambientale. È questa l’ipotesi di reato per l’area di Poggio Gagliardo su cui si basa il fascicolo della Procura della Repubblica di Livorno. Lo si legge nelle pagine relative alla Toscana della relazione finale della Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali a esse correlati. A renderlo noto è il procuratore della Repubblica presso il tribunale di Livorno Ettore Squillace Greco in due audizioni del 5 luglio e 14 dicembre 2017. Un’indagine complessa, a fronte di un procedimento che è in via di definizione, che punta a far luce una volta per tutte sulla contaminazione da organoclorurati (tricloroetilene e tetracloroetilene) delle acque sotterranee di una vasta area della pianura di Cecina, che negli anni ha interessato numerosi pozzi a uso idropotabile, alcuni chiusi altri sottoposti a depurazione.

Nel procedimento sono rubricati i reati agli articoli 452 quater e quinquies del codice penale, ovvero di disastro ambientale, e l’articolo 44 del Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia (Dpr 380 del 2001) per quanto riguarda la costruzione del centro commerciale sull’area considerata sorgente della contaminazione dove fino ha operato la lavanderia industriale La Rapida (chiusa nel 1980) e la conceria Massini (fallita nel 1995). L’ipotesi è di lottizzazione abusiva.

Inattesa degli sviluppi giudiziari dagli atti della commissione parlamentare emergono i risultati degli accertamenti nell’ambito delle indagini che sono partite da una serie di accertamenti dell’Arpat diretti a individuare l’inquinamento dell’area di Poggio Gagliardo. “Dalle indagini svolte si è accertato che l’inquinamento deriva dagli scarichi di percloroetilene (Pce) e trielina (Tce) effettuati negli anni ‘80 e ‘90 da una conceria e da una lavanderia – si legge negli atti della commissione –. Entrambe le aziende facevano uso di solventi; in particolare, la conceria usava circa 200 litri al giorno di trielina”. E ancora: “Gli specifici accertamenti tecnici disposti dalla Procura della Repubblica presso il tribunale di Livorno hanno fatto emergere la presenza di tonnellate di trielina nella falda e la costante diffusione dell’inquinamento verso il mare, con contaminazione progressiva sia dei pozzi utilizzati in agricoltura, sia di quelli potabili. L’inquinamento interessa anche metà dell’abitato di Cecina”.

Fino a qui la parte dell’inchiesta che si è concentrata sull’origine dell’inquinamento. Ma c’è dell’altro. Dalle indagini è anche emerso che “l’originario inquinamento è stato aggravato dalla costruzione nel sito inquinato di un centro commerciale – prosegue la relazione della Commissione parlamentare –. Si tratta di costruzione eseguita in violazione degli esistenti vincoli urbanistici e ambientali, nella sostanziale inerzia delle competenti autorità locali. In sostanza, la costruzione del centro commerciale, secondo i consulenti tecnici, ha aggravato la situazione e, allo stato, sussistono tutti gli elementi di

un vero e proprio disastro ambientale”. Nella relazione si conclude evidenziando che sono iniziati i lavori di bonifica da parte della Regione Toscana che sta agendo in danno dei responsabili della contaminazione, cioè con la prospettiva di rimettere a loro carico le spese sostenute.

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