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I 107 anni di Dorfles, ecco come si raccontava

"La Toscana? È la mia seconda casa. Le auguro di restare com'era nel Rinascimento, e di non rovinare il suo paesaggio"

Il 12 aprile 2017 Gillo Dorfles compie 107 anni. La sua città natale, Trieste, dedica un omaggio itinerante all'opera poetica del grande critico d'arte.

L'intervista del Tirreno del 12 aprile 2010

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L'ironia, la passione, lo studio. Cento anni eccezionali, quelli che Gillo Dorfles, grande critico d'arte, scrittore e pittore, ogni anno ospite per mesi della Toscana, si appresta a compiere lunedì 12 aprile. Ma senza candeline, né feste, con una sobrietà e un'eleganza d'altri tempi. L'abbiamo intervistato.

Professore, in questi ultimi tempi abbiamo avuto la possibilità di conoscere la sua attività per intero, non solo come critico estetico ma anche come artista, grazie alle esposizioni dei suoi quadri a Milano. Come vive questa sua seconda vita?

«Sono felice che Palazzo Reale, a Milano, abbia avuto il coraggio di dedicarmi una mostra antologica, cosa che finora non era mai successa, nonostante io abbia sempre alternato le due attività, quella critica e quella artistica. Ma purtroppo non si accettano le due cose insieme: o sei un grande scrittore o un estetologo, o sei un pittore o sei un critico, questa è la vox populi, e non solo del popolino.

Succede solo in Italia?

«No, succede un po' ovunque, ma in Italia di più, perché in Italia si dà un'etichetta alla persona, e poi è difficile superarla».

Lei si sente più artista o più critico?

«E' difficile dirlo; mi sentirei più artista se fossi riconosciuto come artista».

Professor Dorfles, lei è riconosciuto come il più grande critico vivente, come valuta lo stato di salute della critica d'arte oggi?

«L'arte oggi non è più categorica, non ci sono delle regole fisse come un tempo. Per questo, spesso la critica è imbarazzata, a volte soffre di una mancanza di apertura».

E l'arte invece?

«L'arte è in ottima salute. Imbarazzarsi per Cattelan è da sciocchi, perché anche le sue creazioni sono arte, rientrano appieno nelle forme d'arte».

Se dovesse fare una classifica, quale forma d'arte metterebbe al primo posto oggi?

«Architettura e musica sicuramente sono in salute più che letteratura e pittura. Ma anche per ragioni pratiche, prché l'architettura ha un ruolo funzionale, diretto, in linea con la nostra società».

 

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Quali sono i più grandi architetti secondo lei?

«Piano, Botta in Italia, per non parlare dell'estero, con Frank Gehry...»

Professore, lei insegna estetica, ha scritto testi di riferimento su questa materia. Se dovesse spiegare al di fuori dell'ambito accademico che cos'è e a che cosa serve l'estetica cosa direbbe?

«L'estetica ha una funzione di prim'ordine, perché è la filosofia dell'arte, è la spiegazione fisiologica e diciamo pure psicologica dell'arte».

Il suo ultimo libro si intitola Fatti e fattoidi, dove per fattoidi lei intende una sorta di mistificazione della realtà. Ma come si fa a riconoscerli?

«Oggi ce ne sono tante di situazioni del genere, il fattoide è la messa in guardia dalla falsificazione. Il fattoide non è un vero falso, alimentare piuttosto che filosofico. È un fatto falsificato. Sta all'acutezza di chi ascolta, di chi guarda scoprirli. Non c'è una regola fissa che si più insegnare».

Ma cose si fa a difendersi, con una preparazione culturale adeguata ad esempio, con la lettura, la comparazione dei fatti rappresentati?

«Bisogna stare tutti in guardia, verificare».

Fatti e fattoidi parla di falsoidi non solo nell'arte e nella cultura, ma anche nella politica.

«Questo meccanismo rientra in pieno nel campo politico. Il pubblico deve stare attento di fronte a un partito o a un uomo politico, attento a non farsi trascinare da falsi politoidi».

Ci può fare qualche esempio? Dei nomi?

«Assolutamente no, se facessi dei nomi mi metterebbero in prigione» (ride, ndr)

Addirittura? E' d'accordo allora con chi dice che il periodo in cui viviamo è una sorta di fascismo?

«No, il periodo attuale è completamente diverso dal passato. Non ci sono analogie col passato».

Che cosa pensa del nostro futuro prossimo? Riusciremo ad uscire dalla crisi? Vuole fare una previsione?

«Sono ottimista per natura, lo sono sempre stato anche se poi i fatti posono smentirmi, penso che le persone prima o poi riusciranno a chiarire le proprie idee, le proprie cose».

Dopo le recenti elezioni regionali, Oliviero Toscani ha detto che in Toscana ha vinto il regime. Lei è d'accordo?

«Non parlerei di regime, un regime è una cosa ben diversa».

Che cosa si propone di fare e che cosa si augura per il suo futuro?

«Sempre la stessa cosa: scrivere libri su problemi di estetica e dipingere quadri positivi».

Adesso anche la critica d'arte ha accettato e compreso la sua pittura.

«No la critica direi di no, le istituzioni sì. Ma la critica ancora no».

So che lei non vuole parlare di compleanni, di ricorrenze, di festeggiamenti ma il 12 aprile lei compie cento anni. È un osservatore e conoscitore privilegiato della storia e della nostra società.

«È l' ultima cosa di cui vorrei parlare, anzi se qualcuno potesse togliermi un po' di anni sarei ben felice».

È umano, ma avere 100 anni è comunque un bel traguardo.

«No per me è un retroguardo». (ride, ndr)

Professor Dorfles, quanto le è servita l'ironia nella vita?

Direi tutto, ma non so quanto gli altri capiscano la mia ironia».

Professore, la sua seconda residenza è la Toscana: lei si divide tra Milano e la sua casa di Lajatico, Castiglioncello in estate. Nonostante questo suo amore per la Toscana, o forse proprio per questo suo legame, lei non è mai stato tenero con questa terra, ha parlato di scempi soprattutto sulla costa. Che cosa augura alla Toscana?

«Le auguro di restare com'era».

Com'era quando?

«Com'era nel Rinascimento, di non rovinare il suo paesaggio unico, la sua bellezza».

Ritiene possibile rimediare a certi guasti?

«Certo, ci sono delle zone rovinate, alcune parti della costa, certe periferie dove l'architettura ha fatto degli scempi, ma alcune zone restano salve. Mi auguro che si mantengano così.

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