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Usura, confiscati ventinove immobili

Indagine di carabinieri e finanza su Fedele: sorveglianza speciale e divieto di dimora a Livorno e Pisa per tre anni

LIVORNO. Ventinove immobili sequestrati nella provincia di Livorno e Pisa di cui 13 appartamenti, per un valore totale di 4 milioni di euro. Si tratta di beni nelle disponibilità di Michelangelo Fedele, confiscati da carabinieri e guardia di finanza. Un provvedimento che si inserisce in una più vasta indagine antiusura e antimafia denominata “Real Estate”. Originario della Calabria, ma da anni residente a Castagneto Carducci, Fedele, 70 anni, è un imprenditore noto in Toscana e già più volte finito al centro di inchieste per le sue attività di compravendita di immobili. Nei suoi confronti, nei giorni scorsi gli investigatori hanno eseguito una misura di prevenzione di sorveglianza speciale di tre anni, con divieto di dimora nelle province di Livorno e Pisa, fatta eccezione per la sua casa di residenza, che si trova a Castagneto Carducci. Quella che secondo Fedele e il suo avvocato Marco Talini è una normale e regolare attività lavorativa, secondo gli investigatori dell’Arma e delle Fiamme gialle in realtà sarebbe un’attività illecita fondata sull’usura. In pratica, per l’accusa, come spiega il colonnello Andrea Guidoni, comandante del Reparto operativo dei carabinieri, Fedele avrebbe fatto affari con persone in difficoltà economica a cui avrebbe prestato dei soldi con interessi del 100%, sotto forma di caparre, con un accordo giudicato illecito: riavere il doppio della cifra prestata, pena l’acquisizione dell’immobile in questione di proprietà del “cliente”.

L’operazione. I carabinieri, guidati dal comandante Roberto Riccardi, e la guardia di finanza, coordinata dal colonnello Paolo Borrelli, ormai da tempo indagano sulle attività di Fedele. In particolare, negli ultimi due anni l’attività investigativa è stata finalizzata ad «analizzare la posizione di Fedele sulla base delle disposizioni previste dal codice antimafia, sia sotto il profilo della pericolosità sociale che in relazione alle modalità di acquisizione dell’enorme patrimonio immobiliare posseduto dallo stesso sul territorio provinciale». 13 case, sei terreni, 5 autorimesse, un magazzino, due immobili uso corte, un fabbricato industriale e una stalla, dislocati tra la zona di Cecina e quella di San Vincenzo e Campiglia, che secondo gli inquirenti sono stati comprati a un prezzo inferiore a quello di mercato. Un esempio: a Castagneto Carducci, secondo le fiamme gialle, Fedele avrebbe acquistato un caseggiato, con terreno intorno di 1.800 metri quadri, a 180mila euro contro i 700mila euro del valore reale. Secondo le indagini, inoltre, gli immobili in questione, accumulati negli anni, sono intestati allo stesso Fedele, a sua moglie e ai figli, ma la “mente” del tutto sarebbe quella del 70enne. «In questa fase dell’indagine – ha spiegato il comandante Borrelli – ci siamo concentrati sull’aspetto patrimoniale, aggredendo gli immobili dell’indagato. Lo scopo è intercettare i flussi finanziari illeciti. Stiamo parlando di movimenti su conti correnti bancari non solo nel nostro territorio, ma anche in Svizzera e a San Marino».

Poche entrate, grandi uscite. Il lavoro del Nucleo tributario delle fiamme gialle, coordinate dal colonnello Maurizio Querqui, ha evidenziato in particolare una sproporzione - negli anni 2005, 2007, 2008 e 2009 - tra i redditi dichiarati da Fedele e consorte rispetto al patrimonio immobiliare acquisito. Lo spiega Querqui: «Ufficialmente Fedele fa l’imprenditore agricolo, lui si definisce un immobiliarista, cosa che in realtà non risulta. Ciò che ha colpito la nostra attenzione è proprio la sproporzione tra le grosse spese sostenute e i redditi leciti, ben più bassi. E le nostre verifiche hanno mostrato che gli immobili sono stati acquisiti con attività irregolari».

Niente mutui. Gli investigatori puntano il dito sulla “facilità” di reperire risorse finanziarie per acquistare appartamenti, villette e magazzini «senza mai ricorrere mutui ipotecari o a finanziamenti - spiegano gli investigatori - Tra il 2005 e il

2013, sono stati ricostruiti sui conti correnti, accesi presso istituti di credito italiani, prelievi e versamenti di contante per 1,6 milioni di euro totali, mentre presso una banca di San Marino l’autorità giudiziaria locale ha appurato, nel tempo, versamenti per oltre 1,5 milioni di euro».

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