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Un team di ricerca sull’autismo, lo guida una bibbonese

Giulia Betto, 31 anni, si è specializzata in neurobiologia. Ha vinto un bando alla Fondazione Veronesi di Milano

 CECINA. Un progetto di ricerca unico in Italia e che ha messo al centro lo studio di alcune disfunzioni a livello delle sinapsi. In particolare la ricerca su come alcune alterazioni morfologiche e funzionale possano essere il primo e fondamentale passo per capire le cause dell’autismo e valutare eventuali trattamenti di cura. A guidarlo, insieme ad un ristretto gruppo di ricercatori e coordinata dalla professoressa Michela Matteoli, è Giulia Betto.

Bibbonese classe 1984 ma ormai milanese a tutti gli effetti, per scelta di vita (e d’amore). Giulia Betto, dopo gli studi alle scuole medie di Bibbona e al liceo “Enrico Fermi” di Cecina, ha proseguito il suo percorso accademico fuori dall’Italia. Prima lavorando al Cleveland Clinic Lerner Research Institute negli Stati Uniti durante la tesi di laurea, poi tornando in Italia, prima alla Scuola internazionale di studi superiori avanzati di Trieste, dove ha conseguito il dottorato di ricerca in Neurobiologia, poi trapiantata nei laboratori milanesi del Cnr.

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Giulia, in cosa consiste la sua ricerca? «Cercando di semplificare lo studio si concentra sui neuroni dei pazienti affetti da disturbi dello spettro autistico. Questi presentano delle alterazioni a livello morfologico, in particolare su una proteina, la Eps8. È stato proposto in laboratorio che aumentando i livelli di magnesio nel cervello è in grado di modificare la morfologia dei neuroni mancanti in questa proteina, potenziando le capacità cognitive e di memoria».

Un progetto che apre prospettive di cura per l’autismo? «Ancora presto per dirlo, anche perché la ricerca si sta svolgendo, come sempre, su un campione non umano. Se con il gruppo di ricerca, però, fosse possibile dimostrare che un aumentato apporto di magnesio tramite una specifica dieta determina un miglioramento dell’attività funzionale e morfologica dei neuroni coinvolti nell’autismo, si potrebbero applicare tali conoscenze anche all’uomo».

Una passione nata quando quella della ricerca? «Mi è sempre piaciuto studiare e dopo aver concluso il percorso al liceo scientifico (con il massimo dei voti, ovviamente ndr) ho sempre sperato nella possibilità di fare ricerca in Italia. Anche Milano, la città dove vivo da alcuni anni, era uno dei miei obiettivi. In questo momento ho la fortuna di aver vinto un bando di ricerca presso la Fondazione Veronesi con assegno confermato anche per il 2016 e, seppur nel precariato nel quale la ricerca in Italia versa, spero di continuare a lavorare in questo settore in Italia. Anche per motivi che escono dal laboratorio: sono sposata da tre anni e mezzo ho un bambino, Andrea, di tre anni. La mia vita, ora, è qui in Italia, non me la sentirei di andare all’estero. Le risorse, rispetto a paesi come gli Stati Uniti, sono minori e anche la burocrazia a volte non semplifica le cose. Ma la voglia di scoprire qualcosa che può essere importante per molte persone e capire l’essenza stessa delle cose mi spinge ad andare avanti e a farlo in Italia. Per ora resto a Milano, anche se a Bibbona torno sempre volentieri per trascorrere alcuni periodi di vacanza».
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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